Sant’Alberto da Trapani

Sacerdote Carmelitano († 1307)

Alberto, discendente dell’illustre famiglia degli Abbati, nacque a Trapani, in Sicilia intorno al 1250 da Benedetto Abate e Giovanna Palizzi, dopo ventisei anni di matrimonio sterile.
La vita di sant’Alberto, come ci ricordano le fonti che lo riguardano, fu un continuo tendere verso Dio, ricercato assiduamente nel confronto quotidiano con la Parola e nella partecipazione all’Eucarestia.
Fin dalla sua giovinezza, iniziato dalla madre alla vita di fede, si diresse a grandi passi verso la strada della perfezione, facendo della preghiera lo strumento privilegiato del suo rapporto con Dio.
Il fervore crebbe nel giovane Alberto con il suo ingresso al Carmelo nella Chiesa dell’Annunziata di Trapani, immersa nella solitudine della campagna.
Qui Alberto crescerà nel cammino di comunione con Gesù, che incontrerà da vero contemplativo, non solo nel dialogo a tu per tu con il suo Maestro, ma anche negli eventi cittadini e nella storia del suo tempo.

Sappiamo della sua presenza presso la comunità religiosa trapanese in data 8 agosto 1280, 4 aprile e 8 ottobre 1289 e che il 10 maggio 1296 governava la provincia carmelitana di Sicilia in qualità di priore provinciale.
Le varie recensioni della Vita del Santo tacciono sugli anni della sua formazione religiosa in vista della sua ordinazione presbiterale, ma possiamo affermare con certezza che proprio in quegli anni fu preparato dallo Spirito il «servo buono e fedele che il Signore porrà a capo della sua famiglia per distribuire a tempo debito la razione di cibo» [Cfr Lc 12, 42].
Entrando nell’Ordine Carmelitano, Alberto rispose generosamente all’iniziativa gratuita di Dio che lo chiamava a realizzare il suo progetto di amore.
Si impegnava così a vivere “nell’ossequio di Gesù Cristo” [Regola del Carmelo n. 2], suo Signore ed unico Maestro, con tutta la sua persona, a servirlo “fedelmente con cuore puro e totale dedizione” [Regola n. 2].
Risoluto, attuò questa sua consacrazione nell’essere scrupoloso esecutore della Regola data agli eremiti del monte Carmelo dal santo suo omonimo, Alberto Avogadro, che fu patriarca di Gerusalemme dal 1206 al 1214.
Si distinse nel suo tempo per la dedizione alla predicazione evangelizzatrice e per la fama dei miracoli che il Signore operò per sua intercessione.
Visse alle sorgenti della vita carmelitana, e ne portò all’esterno, tra il popolo, la grande fecondità.
Egli simboleggia insieme la vocazione eremitica, contemplativa e mariana del Carmelo e quella missionaria in mezzo al popolo, propria della spiritualità dei “mendicanti”.

Il contesto sociale multiculturale, dovuto ad una forte presenza di ebrei ed islamici nella Sicilia del suo tempo, spinse Alberto ad un apostolato ad ampio raggio: il bene per la salvezza delle anime lo spingeva a proclamare il messaggio evangelico non solo ai cristiani, ma anche tra coloro che professavano un credo differente dal suo.
La presenza amorosa di Maria guidò sant’Alberto non solo nei primi passi della sua vita di fede ma soprattutto durante tutto il suo ministero sacerdotale pubblico.
Per intercessione della Madre ottenne da Dio le grazie necessarie a favore di coloro che si rivolgevano a lui.
Nel 1301 liberò per le sue preghiere d’intercessione la città di Messina dall’assedio di Roberto d’Angiò (†1343), duca di Calabria, facendo arrivare provvidenzialmente nel porto tre galere cariche di frumento per sfamare la popolazione ridotta allo stremo.
Nel 1307 si trovò a pregare per un gruppo di ebrei che stavano per essere travolti dalle acque in piena del fiume Platani, presso Agrigento: egli attraversò il fiume all’asciutto e dopo aver accolto la loro libera richiesta di abbracciare la fede cristiana, li battezzò sulla riva del fiume.
Calamitate dalla forza che sprigionava dalla sua persona, le masse accorrevano a Lui per ascoltare il suo insegnamento che ridonava pace agli animi inquieti, la gioia a coloro che erano afflitti da varie prove, la salute a chi, riposta ogni speranza in Dio, gli chiedeva di intercedere presso il trono della Misericordia.
Il suo beato transito avvenne a Messina tra il 6 e il 7 agosto dell’anno 1307.
La Messa funebre in Cattedrale, presieduta dall’arcivescovo Guidotto d’Abbiate († 1333), in presenza del re Federico III d’Aragona († 1337), fu celebrata con il formulario per la gloria dei santi confessori introdotta dall’antifona “Os justi” (la bocca del giusto proclama la sapienza).
Alberto fu acclamato santo dal popolo, dall’arcivescovo e dal clero secolare e regolare.
Fu il primo santo ad avere culto liturgico nell’Ordine e pertanto ne fu considerato patrono, protettore e “padre”.
Nel 1457, dietro richiesta del Priore Generale dell’Ordine, il beato Giovanni Soreth (†1471), Papa Callisto III ne concesse il culto vivae vocis oraculo (con responso verbale).
Sisto IV (†1484) ne confermò solennemente il culto con la Bolla “Coelestis aulae militum” del 31 maggio 1476.
Del nostro Santo furono molto devote santa Teresa di Gesù (†1582) che si impegnò a farlo conoscere nell’ambiente carmelitano dell’epoca e santa Maria Maddalena de’ Pazzi (†1607) che lo vide presente nelle esperienze mistiche vissute nel monastero carmelitano fiorentino di Borgo san Frediano.
Troviamo nella maggioranza delle Chiese Carmelitane una vastissima produzione artistica sugli episodi più salienti della vita di sant’Alberto.

Autori più o meno conosciuti hanno rappresentato in affreschi, tavole, pitture e gruppi statuari tali episodi, risaltando il potere taumaturgico del Santo, riconoscibile dai suoi attributi classici: il giglio simbolo di purezza; il Libro delle Sacre Scritture, ora nella versione chiusa ora in quella aperta, che allude al ruolo di predicatore ricoperto da Alberto; la lucerna accesa, forte richiamo alla sua vita di orazione che rievoca l’evento miracoloso verificatosi durante una veglia notturna di preghiera: essa sarebbe rimasta accesa ed intatta, nonostante il demonio l’avesse scaraventata a terra; il Bambino Gesù raffigurato tra le braccia del santo richiama la beatitudine evangelica vissuta da Alberto: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8)»; l’abito del Carmelo completo di cappa bianca è l’elemento più importante, in quanto aiuta l’osservatore a distinguerlo da altri Santi della Chiesa universale che recano nelle varie rappresentazioni artistiche simili attributi iconografici.

Di più recente diffusione appare invece il simbolo del vaso o dell’anfora, che allude alla miracolosa “acqua di S. Alberto”, benedetta il giorno della sua festa in gran parte delle Chiese Carmelitane.

Le origini di questo rito risalgono ad alcuni decenni dopo la morte del Santo ed è legato a due fatti prodigiosi riguardanti la guarigione di Federico (†1377), figlio di Pietro II, re di Sicilia e di Nicola (†1399) figlio del nobile Guglielmo Peralta da Sciacca (†1392), che ottennero la salute dopo aver bevuto l’acqua benedetta con una reliquia del santo.

Sant’Alberto è Patrono di Trapani, Erice, Palermo, Revere (Mantova) e compatrono di Messina.