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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C

Lectio divina su Lc 16,19-31

Loda il Signore anima mia

Invocare
Signore Gesù, ti ringraziamo per il dono della Parola per capire meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini questo cammino interiore e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola suggerirà ai nostri cuori. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Leggere
19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni gior­no si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, al­zò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispo­se: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, per­ché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qual­cuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Pro­feti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Gc 2,5-12; 5,1-5; Is 58,6-7; Lc 12,16-21; 14,13.21; 16,1-9.23-24; 18,24-25; At 2,42-48; 4,32-5,11; Gb 21,11-15; 22,18; Sal 17,14; 34, 19; 37,35-36; 49,11; 73,3-7.12-19; Ez 16,13.49; 27,7; Am 6-4-6; Ap 17,4; 18,7-16; Lam 1,7; Dan 5,22-23; Mc 9,46.

Capire
Con questa domenica terminiamo la lettura del capitolo 16, dedicato al problema dell’uso della ricchezza. Gesù sta parlando agli amanti del denaro. Si tratta di un racconto per esempi, che diventa poi un racconto di insegnamento.
Il racconto ha dei paralleli significativi in un racconto egiziano e nella tradizione rabbinica. Al v. 14 Lc segnala che “i farisei, che erano attaccati al denaro (philárgyroi: amanti del denaro), ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui”. “Essi, rappresentati dal ricco, protagonista di questa parabola, si ritengono giusti perché osservano per filo e per segno tutto le regole della legge” (Santi Grasso), tuttavia non si prendono cura dei poveri e questo motiva la loro condanna. Gesù aveva sollecitato ad invitare a tavola i poveri e i derelitti (Lc 14,13.21).
La parabola si presenta come l’antitesi di quella dell’amministratore astuto (Lc 16,1-9). Per Luca la ricchezza porta all’indifferenza verso le esigenze di Dio e di conseguenza verso chi sta nel bisogno. La parabola non intende descrivere l’aldilà né lo stato intermedio tra la morte e l’ultimo giudizio e neppure affermare l’esistenza o meno del purgatorio. Vuole piuttosto dire che il destino di ognuno si gioca interamente in questa vita terrena.
L’insegnamento globale corrisponde bene al pensiero dell’evangelista sulla ricchezza e chi la possiede: l’indifferenza alle esigenze di Dio, e la conseguente indifferenza per chi sta nel bisogno. Le sofferenze del ricco nell’Ade lo puniscono non per la sua ricchezza come tale, ma perché, sordo all’insegnamento di Mosè e dei Profeti, non ha capito l’urgenza della conversione. Interamente occupato dai piaceri dell’esistenza, ha dimenticato la vita futura, ha trascurato il povero che era alla sua porta, ha misconosciuto Dio.

Meditare
v. 19: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni gior­no si dava a lauti banchetti. La parabola comincia come quella dell’amministratore infedele: C’era un uomo ricco. Il vestito, di colore regale (1 Mac 8,14), è segno di ricchezza. In Gen 20,31 è il regalo che il re d’Egitto fa a Sara. Il banchetto quotidiano (euphrainómenos significa facente festa) è diventato il suo ideale di vita. Infatti, questo ricco può dire di sé ciò che Gesù pone sulla bocca del proprietario di campi di frumento, quando questi andava sognando il suo avvenire: “riposati, mangia, bevi e goditela” (12,19). La moralità del comportamento non viene presa in considerazione: non si parla né di disonestà, né di dissolutezza.
Anche quest’uomo ricco Luca lo presenta senza nome, quasi a mettere il nostro di nome in particolare, quasi a ricordare i nome degli operatori di iniquità (cfr. Mt 7,27; 10,32). Non è detto che il ricco fosse ateo dichiarato, ma l’unica sua preoccupazione era se stesso.
v. 20: Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe… È la figura opposta al ricco in modo contrastante. Questo povero mendicante ha qui un nome: Lazzaro, forma greca del nome ebraico/aramaico Eleazar, che significa colui che Dio soccorre, oppure Dio aiuta.
Difficilmente il lettore greco poteva cogliere questo significato. Il fatto di avere un nome suggeriva piuttosto che il povero aveva un’identità presso Dio.
Lazzaro giaceva (il verbo ballein, gettare, dà proprio l’idea di un corpo gettato a terra e che a terra giace) presso il portone della casa del ricco: è il posto del mendicante impotente, come la tavola è il posto del ricco. Non serve indagare se egli fosse paralizzato e quale malattia della pelle avesse. Lazzaro ricorda Giobbe (Gb 2,7).
Lazzaro non è solo un povero, ma di uno di quei poveri che attendono la loro consolazione da Dio, il difensore dei poveri, appartiene alla categoria di persone che Gesù proclama beate.
v. 21: bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe Lazzaro è affamato e non ha di che sfamarsi. Luca riprende l’espressione usata per il figliol prodigo (Lc 15,16). Ciò-che-cadeva: “non si tratta probabilmente dei resti del pasto, me delle molliche per pulirsi le mani tra un piatto e un altro (non si usavano posate)” . Lazzaro non poteva neanche servirsi di questi pezzi di pane che venivano gettati sotto la tavola e mangiati dai cani. La parabola non dice che questi pezzi erano rifiutati a Lazzaro.
Anche nella descrizione del povero manca ogni accenno alla sua moralità: la pazienza nelle prove, la fiducia in Dio… egli rappresenta la povertà in tutto il suo orrore e niente più.
Per una certa mentalità l’indifferenza del ricco è giudicata normale: la situazione di contrasto tra i due personaggi corrisponde a un certo ordine della giustizia divina che dà abbondanza al pio e miseria al peccatore. Ma già Giobbe gridava contro questa visione.
v. 22: Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Qui abbiamo il peso della parabola. Al momento della morte la situazione è rovesciata; si verifica per il povero e per il ricco quanto proclamato in Lc 6,20.24; 18,14. Sia per il ricco che per il povero viene usato il medesimo verbo: morì. La morte li rende tutti e due uguali. L’unica cosa che si nota è che il ricco viene sepolto, mentre il povero fu condotto accanto ad Abramo.
La rappresentazione del defunto scortato dagli angeli non esiste nel giudaismo prima del 150 d.C. Luca sembra anticipare la funzione escatologica degli angeli di radunare gli eletti al momento della morte individuale.
Anche l’espressione “nel seno di Abramo” è sconosciuta nel giudaismo precristiano e il suo significato preciso non è sicuro. Essa può provenire dalla formula biblica “andare presso i padri” (Gen 15,15; 47,30; Dt 31,16: ecc.), con un’allusione adesso al banchetto celeste, nel senso di: ricevere il posto d’onore vicino ad Abramo in tale banchetto (cfr. Lc 13,28; Mt 8,11; Gv 13,23).
Del ricco è detto che è semplicemente sepolto, ethapê. Ethapê è ancora un privilegio del ricco, ma suona sinistro dopo una vita di piaceri.
Adesso la condizione del ricco nell’Ade è descritta con più dettagli rispetto a quella del povero.
Le immagini dell’oltretomba presenti in questi versetti sono nel contempo familiari e singolari nel giudaismo. Il concetto di Ade si evolve: da soggiorno di morte per tutti gli uomini diventa l’inferno come luogo di tormenti. La credenza in una diversa sorte dei buoni e dei cattivi conduce alla loro separazione in spazi distinti. Questa situazione è presupposta nella parabola, come pure il destino definitivo per ognuno dopo la morte; non si parla né di risurrezione né di ultimo giudizio.
v. 23: Stando negli inferi fra i tormenti, al­zò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Il ricco si trova nei tormenti, nel soggiorno dei morti: come luogo di tormento l’Ade sembra identificarsi con la Geenna (luogo di Gerusalemme in cui si bruciavano i rifiuti). Abramo si trova anche lui nell’Ade, ma in un compartimento separato, oppure forse in un altro luogo che non è più lo sheol. Non si può sapere con certezza: le rappresentazioni giudaiche dell’aldilà non sono uniformi. Il ricco si trova comunque in un luogo di tormenti, ma può vedere Abramo a distanza e con lui Lazzaro. La rappresentazione è semplicistica, serve a dimostrare la condizione rovesciata tra il ricco e il povero, a rendere possibile e a preparare la scena successiva del dialogo.
v. 24: Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Inizia il dialogo. Le parole del ricco sono una pura supplica: egli grida, chiede pietà, fa appello alla sua discendenza carnale con Abramo (lo chiama padre), ma l’essere della sua stirpe non giova a nulla (cfr. Lc 3,8; Gv 8,39). Desidera una sola goccia d’acqua, afferma di essere tormentato nel fuoco. Tutto serve a sottolineare i tormenti del ricco, e quindi ad accentuare il contrasto tra la vita di festa condotta sulla terra e il rovesciamento di situazione nell’Ade. Anche per questo il ricco non chiede l’intervento diretto di Abramo in suo favore (né contesta la sua sorte), ma chiede l’aiuto di Lazzaro: i due personaggi della parabola devono incontrarsi anche dopo la morte, ora però in una posizione rovesciata rispetto a quella avuta sulla terra. Ora è Lazzaro a essere a capotavola.
v. 25: Ma Abramo rispo­se: Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Si legge chiaramente qui l’intervento di Luca. È la conclusione della prima parte del racconto. Questo versetto può essere considerato l’applicazione del “guai” di Lc 6,24).
Abramo chiama il ricco “figlio”, lo riconosce come membro della sua discendenza: ma questo privilegio non serve a cambiarne la sorte eterna. Questa sorte è formulata secondo la dottrina della retribuzione in senso stretto, come nelle beatitudini e nei “guai” di Lc 6,20ss: chi è ricco in questa vita viene tormentato nell’altra, e viceversa.
Presa in sé l’affermazione di un tale rovesciamento automatico è piuttosto grossolana. Sembra poco evangelico! Il versetto costata l’accaduto, afferma il rovesciamento di situazione, ma non spiega.
Abramo non solo lo chiama figlio, ma lo invita al ricordo quasi a riprendere la Scrittura: “Ricordati del Signore tuo Dio” (Dt 8,18). “Ricordati di quello che il Signore tuo Dio fece…” (Dt 7,18). Nella Bibbia il ricordo di Dio e il ricordo dell’uomo s’intrecciano e costituiscono una componente fondamentale della vita del popolo di Dio. Non si tratta, però, della pura commemorazione di un passato ormai estinto, bensì di uno zikkarôn, cioè un “memoriale”. Questo non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini.
Al lettore deve servire da avvertimento, ricordargli le beatitudini. comunque, il versetto indica quale secondo Dio è la fine che faranno necessariamente i ricchi senza occhi né cuore per i propri simili, i quali conducono una vita di stenti.
v. 26: Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. Tra i morti giusti e quelli empi la comunicazione non è più possibile e quindi la sorte del ricco è irreversibile: Lazzaro non può più aiutarlo. Questa verità è resa con l’immagine del “grande abisso” fissato da Dio come limite invalicabile in un senso e nell’altro. Questo apre al resto del dialogo.
vv. 27-28: E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, per­ché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Con questa seconda parte il racconto cambia direzione. Di nuovo il ricco si rivolge ad Abramo chiamandolo padre, ma per sollecitare l’invio di Lazzaro presso i fratelli ancora vivi a casa del padre. Non è il caso di commuoversi per il disinteresse di un dannato per la propria persona e la preoccupazione per gli altri: fa parte della tecnica narrativa per riportare il discorso sulla terra e introdurre l’argomento dei fratelli. Lo scopo della nuova missione di Lazzaro sarebbe quello di testimoniare per evitare ai fratelli una sorte simile a quella del ricco.
v. 29: Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. Questo versetto costituisce il fulcro della parabola. Il ricco subisce un secondo rifiuto. Positivamente viene affermata la permanente validità della Legge, come già nei vv. 16-18 che precedono e che influiscono ora sulla comprensione della parabola dandole i tratti cristiani che le mancano se considerata in sé: Mosè e i profeti devono essere ascoltati alla luce delle esigenze del Regno rivelate da Gesù.
In Mosè e nei profeti, che è quanto dire nelle Sacre Scritture, Dio ci ha dato la sua parola, la quale mira ad ammonirci, illuminarci e farci da guida (2Pt 1,19), affinché non abbiamo a finire nel luogo di tormento. La Scrittura contiene l’insegnamento necessario e sufficiente per conoscere la volontà di Dio e quindi per entrare nel “seno di Abramo”. Gesù è il compimento dell’Antico testamento (Cfr. Lc 24,27.44).
vv. 30-31: E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qual­cuno andrà da loro, si convertiranno”. Quante volte anche noi come il ricco usiamo quel “ma se…”: è la tentazione di pensare che un miracolo sia più conveniente dell’ascolto della Parola di Dio. Qui abbiamo ancora un netto rifiuto della Parola, ma l’evangelista ama ricordare ai suoi lettori il verbo “convertire” e l’allusione alla resurrezione di Gesù (o anche alla risurrezione di Lazzaro, che non ha avuto effetto di conversione presso molti Giudei testimoni del miracolo?). Anche in Mt 12,39s. i dottori della legge e i farisei chiedono un segno, un miracolo, ma nessun segno è stato dato loro se non quello di Giona.
Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Pro­feti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Abramo riprende i termini dei vv. 29-30 per formulare l’ultimo rifiuto. Il ricco deve imparare a dirottare la propria vita costruendola sul cuore di Dio facendo la sua volontà. Frutto genuino di questa conversione è la pratica dell’amore del prossimo (3,10s; Is 58,6s.).
L’allusione alla risurrezione (di Gesù) si fa ancora più esplicita nell’espressione “alzarsi, risorgere dai morti”.
Il messaggio è chiaro: i miracoli possono impressionare ma non necessariamente convertire. La conversione implica l’apertura del cuore a Dio, l’attenzione a scoprire la Sua presenza nella Sua parola: il bisogno di segni straordinari è superfluo. Per Luca, quest’ultima parte della parabola costituisce anche una risposta alla domanda su come evitare il destino del ricco: convertirsi! Aprirsi a Dio che parla nella Scrittura e obbedire al suo insegnamento.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
“Un tale era ricco e si vestiva di porpora e bisso e banchettava ogni giorno splendidamente. E c’era un mendicante, di nome Lazzaro, pieno di piaghe, che se ne stava per terra alla porta del ricco” (Lc 16,19). Alcuni credono che il Vecchio Testamento sia più severo del Nuovo ma si sbagliano. Nel Vecchio, infatti, non è condannato il non dare, ma la rapina. Qui, invece, questo ricco non è condannato per aver preso l’altrui, ma per non aver dato il suo. Non si dice ch’egli abbia fatto violenza a qualcuno, ma che faceva pompa dei beni ricevuti. Si può capire, quindi, quale pena dovrebbe meritare colui che ruba l’altrui, se è già condannato all’inferno colui che non dona il proprio. Nessuno perciò si assicuri dicendo: Non ho rubato nulla, mi godo ciò che m’è stato legittimamente assegnato, poiché questo ricco non è stato punito per aver rubato, ma perché si abbandonò malamente alle cose che aveva ricevuto. Lo ha condannato all’inferno quel suo non essere guardingo nella prosperità, il piegare i doni ricevuti al servizio della sua arroganza, il non aver voluto redimere i suoi peccati, pur avendone tutti i mezzi…
Ma bisogna far bene attenzione anche al modo di narrare usato dalla Verità, quando indica il ricco superbo e l’umile povero. Si dice infatti: “Un tale era ricco”, e poi si aggiunge subito: “E c’era un povero di nome Lazzaro”. Certo, tra il popolo son più noti i nomi dei ricchi, che quelli dei poveri. Perché allora il Signore, parlando di un ricco e di un povero, tace il nome del ricco e ci dà quello del povero? Certo, perché il Signore riconosce e approva gli umili e ignora i superbi. Perciò dice anche ad alcuni che s’insuperbivano dei miracoli da loro operati: “Non vi conosco; andate via da me, gente malvagia” (Mt 7,23). Invece di Mosè è detto: “Ti conosco per nome” (Ex 33,12). Del ricco, dunque, dice: “Un tale ricco”; del povero, invece: “Un mendicante di nome Lazzaro”, come se volesse dire: Conosco il povero, umile, non conosco il ricco, superbo; quello lo approvo riconoscendolo, questo lo condanno rifiutando di conoscerlo.
Bisogna anche osservare con quanta attenzione il nostro Creatore disponga tutte le cose. Il fatto è uno solo, ma non dice una cosa sola. Lazzaro, coperto di piaghe, sta innanzi alla porta del ricco. Da questo unico fatto il Signore ricava due giudizi. Forse il ricco avrebbe avuto una scusa, se Lazzaro povero e piagato non fosse stato proprio alla sua porta, se fosse stato lontano, se la sua indigenza non avesse dato perfino fastidio ai suoi occhi. E se il ricco fosse stato lontano dagli occhi del povero malato, questi avrebbe dovuto sopportare una tentazione meno grave. Ma ponendo il povero e malato alla porta del ricco e gaudente, il Signore, allo stesso tempo, aggrava il titolo di condanna del ricco, che non si commuove alla vista del povero, e fa vedere quanto grande sia la tentazione del povero, che vede ogni giorno lo scialacquio del ricco. Non vedete, infatti, che dura tentazione dovesse essere per il povero non aver neanche il pane, esser malato, e vedere il ricco far feste tra porpora e bisso; sentirsi mordere dalle piaghe e veder quello scialarsela tra tanti beni, aver bisogno di tutto e veder quello che non voleva dar nulla? Che tumulto di tentazioni dev’essere stato nel cuore del povero, per il quale poteva essere già abbastanza la sola pena della povertà, anche se fosse stato sano; e poteva essere abbastanza la malattia, anche se avesse avuto dei mezzi. Ma perché il povero fosse maggiormente provato, fu afflitto contemporaneamente dalla malattia e dalla povertà. Vedeva il ricco muoversi sempre in mezzo a uno stuolo di gente, e lui nessuno lo visitava. E che nessuno lo avvicinasse lo attestano i cani che ne leccavano le piaghe.
“Morì poi il mendicante e fu portato dagli angeli tra le braccia di Abramo. Morì anche il ricco e fu gettato nell’inferno” (Lc 16,22). Così proprio quel ricco, che in questa vita non volle aver compassione del povero, ora, condannato, ne cerca l’aiuto. Viene aggiunto, infatti: “Alzando gli occhi dai suoi tormenti, vide lontano Abramo e Lazzaro tra le sue braccia e gridò: Padre Abramo, abbi pietà di me. Di’ a Lazzaro che metta il suo dito nell’acqua e ne faccia cadere una goccia sulla mia bocca, perché io brucio in questa fiamma” (Lc 16,23-24). Oh, quant’è sottile il giudizio di Dio! E quant’è misurata la distribuzione dei premi e delle pene! Lazzaro avrebbe voluto le briciole che cadevano dalla mensa del ricco, e nessuno gliele dava; ora il ricco, nel supplizio, vorrebbe che Lazzaro facesse cadere dal dito una goccia d’acqua sulla sua bocca. Vedete, vedete, allora, fratelli, quanto sia stretta la giustizia di Dio. Il ricco non volle dare al povero piagato la più piccola porzione della sua mensa, e nell’inferno è ridotto a chiedere la più piccola delle cose. Negò le briciole e chiede una goccia d’acqua…
Ma voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. Le parole del libro sacro ci devono disporre ad osservare i precetti della pietà. Se lo cerchiamo, ogni giorno troviamo un Lazzaro; ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro. (Gregorio Magno, Hom., 40, 3 s.10).

A chi faccio torto, dici, se mi tengo il mio? Ma, dimmi, che cosa è tua? Che cosa hai portato tu alla vita? Come se uno, avendo preso prima un posto in un teatro, poi cacci via quelli che entrano, pretendendo che sia suo ciò che è fatto a beneficio di tutti; così sono i ricchi. Occupano i beni comuni e ne pretendono la proprietà perché li hanno occupati prima. Se invece ognuno prendesse solo ciò che è necessario al proprio bisogno e lasciasse agli altri ciò che non gli serve, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero. Non sei uscito nudo da tua madre? Non tornerai nudo nella terra? Da che parte ti son venuti i beni che hai? Se dici che ti vengono dal fato, sei un empio, perché non riconosci il Creatore e non sei grato a chi te li ha dati; se dici che ti vengono da Dio, spiegaci perché te li ha dati. Può essere ingiusto Dio, che darebbe inegualmente le cose necessarie alla vita? Perché, mentre tu sei ricco, l’altro è povero? Non forse perché tu possa avere la mercede del giusto e fedele dispensatore e l’altro acquisti il grande premio della pazienza? Tu invece abbracci tutto nelle insaziabili pieghe dell’avarizia e mentre privi tanta gente, credi di non far torto a nessuno. Chi è l’avaro? Colui che non è contento di quanto basta. Chi è il saccheggiatore? Chi prende la roba degli altri. Non sei avaro? non sei un saccheggiatore? Tu ti appropri di ciò che hai ricevuto per dispensarlo. Sarà chiamato ladro chi spoglia uno che è vestito e non meriterà lo stesso titolo colui che, potendo vestire un nudo, non lo veste? È dell’affamato il pane che tu possiedi; è del nudo il panno che hai negli armadi; è dello scalzo la scarpa che s’ammuffisce in casa tua; è dell’indigente l’argento che tu tieni seppellito. Quanti sono gli uomini ai quali puoi dare, tanti son coloro cui fai torto. (Basilio di Cesarea, Hom., 12, 7).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Come considero le mie ricchezze? Per cosa spendo i miei soldi?
Qual è il mio atteggiamento verso i poveri che bussano alla mia porta? Mi sono mai impegnato per alleviare le loro sofferenze?
Cosa significa per me “ascoltare Mosè e i Profeti”? Ci sono persone che come il ricco della parabola, attende miracoli per poter credere in Dio. Ma Dio chiede di credere in Mosè e nei profeti. Ed io, verso che lato tende il mio cuore: verso il miracolo o verso la Parola di Dio?
Quale è la mia idea di aldilà?

Pregare
Nella preghiera del Sal 15 (14) risuona la predicazione dei profeti e il loro richiamo a una religiosità del cuore:
Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente,
non dice calunnia con la lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulto al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Anche se giura a suo danno, non cambia;
presta denaro senza fare usura,
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.

Contemplare-agire
Lasciamo che la Parola illumini la nostra vita. Accogliamo anche noi quest’ammonimento da vivere nella vita: Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! … Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio. (Gc 2,5-6.12).

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