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LECTIO: IV DOMENICA DI PASQUA (C)

Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida

Lectio divina su Gv 10,27-30





Invocare

O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, e fa’ che nelle vicende del tempo, non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita.  Amen!

Leggere
27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29 Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Capire
La quarta domenica di Pasqua è chiamata “la domenica del Pastore”. In quest’occasione si celebra la giornata mondiale delle vocazioni.
Il brano della liturgia di questa domenica è tratto dal c.10 di Giovanni, un discorso di Gesù ambientato durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme che cadeva verso la fine di dicembre (durante la quale si commemorava la riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C).
Nel leggere i versetti, possiamo cogliere il conflitto tra Gesù, vero tempio dal quale si irradia l’amore, la misericordia, la compassione del Padre, e il tempio di Gerusalemme dove il vero Dio si chiama convenienza, si chiama interesse, si chiama tesoro.
Il Vangelo odierno ci presenta Gesù buon Pastore, cioè di Gesù nel suo rapporto con noi: “Io sono il buon pastore. E il buon pastore offre la vita per le sue pecore”. Il «Pastore» biblicamente è il Re ed il Capo. Questa relazione è caratterizzata da alcuni verbi: ascoltare, conoscere, seguire. Attraverso questi verbi è possibile ricostruire la storia integrale della vocazione cristiana.
Per meglio comprendere e penetrare il senso di questa immagine, è bene tenere presente il brano del profeta Ezechiele (Ez 34, 3-4) in cui Dio si lamenta dei cattivi pastori che sono alla guida del suo popolo Israele, i cui rapporti col gregge sono delineati dai seguenti verbi: nutrire, vestire, ammazzare, pascolare. 
Questi verbi sono usati tutti in senso negativo nei confronti dei pastori d’Israele e suscitano l’indignazione di Dio che, sempre tramite il profeta Ezechiele, promette al suo popolo di occuparsi personalmente del suo gregge. Il tempo tanto atteso è giunto. Gesù è venuto, inviato dal Padre, per prendersi cura del gregge che gli è affidato e che nessuno rapirà dalla sua mano a costo della propria vita.

Meditare 
v. 27: “Le mie pecore ascoltano la mia voce”. Gesù ha appena detto ai Giudei che loro non sono sue pecore. In questo versetto, Gesù dice non chi sono le pecore ma cosa fanno: ascoltano: si tratta non solo di un ascolto esterno (3,5; 5,37) ma anche un attento ascolto (5,28; 10,3) fino all’ascolto obbediente (10,16.27; 18,37; 5,25).
Nella Bibbia lo stesso verbo shama’ indica sia “ascoltare” che “obbedire”. Quindi shema’ Israel non è soltanto “ascolta, Israele!”, ma anche “aderisci!”. Ascoltare non è soltanto una conoscenza di tipo intellettivo, ma è la scoperta di una relazione (cfr. Dt 6,4ss). È per questo che «lo amerai con tutto il cuore …». 
Il termine “amerai” viene subito dopo “ascoltare”. Per questo nel Salmo 40,7 si dice letteralmente: “Tu mi hai forato l’orecchio”, come si fa allo schiavo; io sono il tuo schiavo, ho l’orecchio forato, nel senso che aderisco completamente a te. 
In questa caratteristica è racchiusa una adesione totale, incondizionata, fondata anche solo sul timbro di voce del Cristo. Le pecore sono conosciute perché non è il loro amore per il Pastore o l’ascolto che loro hanno di lui che fonderà la loro sequela, ma è la conoscenza che il Pastore ha di loro che fonda la sequela. Questo è il vivere da cristiani: l’intuire, il recepire la voce del Signore, il lasciarsi conoscere da lui, il lasciarsi amare da lui, il non sentirsi all’altezza neanche della Parola: questo dà origine alla sequela.
“io le conosco”. Nel vangelo di Giovanni, il verbo “conoscere” indica un rapporto personale, profondo, intimo. Conoscere abbraccia mente, cuore, azione, tutto l’uomo, da diventare sulle labbra del Gesù di Giovanni la definizione della vita eterna: “La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio e colui che hai inviato, Gesù Cristo” (17, 3). 
La conoscenza nel buon Pastore indica la carità profonda, l’affetto vitale che coinvolge tutta la persona. L’amore concreto tra sposo e sposa può fornire un’idea di questa conoscenza esistenziale. Secondo il linguaggio dei profeti, Jahvè conosce così il suo popolo che è la sua sposa; per il suo gregge egli nutre una carità tanto viva e concreta; egli ha conosciuto soltanto Israele facendo sua questa comunità con un patto nuziale eterno; Dio ha eletto il suo popolo amandolo con un amore di predilezione.
“ed esse mi seguono”. Qui c’è una massima fiducia. Le pecore si fidano del pastore che è pronto a dare la vita per il suo gregge. L’uomo che ha ascoltato e si è fatto conoscere ed ha conosciuto Dio “segue” il Cristo come suo unico Pastore.
Seguire Gesù ha un suo orientamento, non solo all’azione creatrice del restituire vita, rallegrare la vita e comunicare vita agli altri, ma che la persona abbia in sé una vita di una qualità tale che sia indistruttibile.
v. 28: “Io do loro la vita eterna”. Nel quarto vangelo la vita eterna non è la vita fisica in quanto tale né però, è da concepire come una immortalità, cioè una vita futura spirituale senza fine. Essa è sinonimo di vita divina, è partecipazione alla stessa vita del Figlio di Dio, è comunione con lui, è ingresso nel mistero stesso di Dio.
Gesù ci dà la sua vita accettando per sé la croce come segno supremo dell’amore che non si risparmia, ma si dà fino alla fine, fin quando tutto è compiuto. Dare la vita si innesta nella struttura umana perché, nella partecipazione alla sua Pasqua, anche noi diventiamo partecipi della vita che è dono di Dio, è eterna come eterno è Dio. Diventiamo partecipi della vita del Figlio perché anche noi siamo adottati come figli.
Gesù ci dà la vita Questa è per noi una sorta di assicurazione: la nostra vita è stata salvata dalla perdizione. Ora non abbiamo più da temere di finire male, ora sappiamo che la cifra per leggere ed interpretare le nostre vicende personali e quelle collettive della famiglia umana è la Pasqua.
“e non andranno perdute”. Quest’espressione richiama alla stessa protezione di Dio che riscontriamo nell’AT (cfr. Dt 32,39; cfr. Gv 17,12; Is 43,13;  49,2; 51,16; Dt 33,3; Sap 3,1) e confermato nel NT (cfr. Gv 3,35; 18,9; Mt 11,27; 28,18).
Nella mano di Gesù le pecore sono al sicuro da ogni pericolo. Per la Bibbia la mano è simbolo di potenza, è una metafora che indica la forza di Dio che protegge (Dt 33,3; Sal 31,6). 
v. 29: “Il Padre mio, che me le ha date”. Come creature noi apparteniamo a Dio; da lui viene la nostra esistenza e da lui viene quella approvazione della nostra esistenza che sta all’inizio del mondo. Su ciascuno di noi c’è questa parola di approvazione da parte di Dio, di un Dio che vuole la nostra vita: proprio perché questa vita ci viene da lui, è protetta e custodita da lui.
Secondo vari manoscritti, questa frase si può anche tradurre: “Per ciò che riguarda il Padre mio, ciò che mi ha dato è più grande di ogni altra cosa” oppure “Il Padre mio è più grande di tutti, in ciò che mi ha dato”. La prima traduzione mette in risalto la grandezza di ciò che il Padre ha dato a Gesù e quindi ciò che fa grandi le pecore è il fatto che il Padre ne abbia fatto dono al Figlio. Nel secondo caso, la traduzione ci dice che la grandezza del Padre deriva dal donare, dal dono che lui fa di noi al Figlio.
“nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. Il verbo greco harpázō traduce proprio “rapinare con violenza”, strappare con la violenza di chi vuole distruggere e rovinare il patrimonio di un altro. La dolce mitezza di Cristo in realtà è molto più vigorosa di qualsiasi violenza. Ogni tentativo violento cade inefficace di fronte al più robusto amore del pastore che custodisce quanto ha ricevuto dal Padre.
Cristo assicura alla comunità la certezza di una stabilità che le permette di superare ogni tentazione di paura.
Ogni uomo, dunque è nelle mani di Dio, quelle mani che lo hanno fatto e plasmato, come canta il Salmista (cfr. Sal 118), quelle mani forti e sicure che guidano e proteggono, quelle mani pronte ad accogliere, anche, i figli che si allontanano e ritornano pentiti; quelle mani tenere, come quelle di una madre, che accarezzano e confortano, che, come leggiamo nel libro dell’ Apocalisse, asciugheranno ogni lacrima, quando, superato il tempo, saremo davanti a Dio.
v. 30: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Questa affermazione suggerisce l’identità tra Padre e Figlio, non solo nell’agire ma anche nell’essere, che non sfugge ai giudei (v. 31, volevano lapidarlo, cfr. Mc 14,64; Mt 26,65; Lc 22,71) e riprende altri testi giovannei ( cfr. 5,17-19; 17,11.22). Siamo infatti al culmine del brano in cui Gesù si rivela come Figlio di Dio.
Quest’unica identità è espressa dalla particella “hen” che vuol indicare una unica realtà, una unica sostanza. Infatti potremmo tradurre così: “Io e il Padre siamo Uno”.

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
La Parola di Dio è veramente al centro della mia vita di credente? L’ascolto nella celebrazione? La leggo da solo e in famiglia? So meditarla e legarla alla mia vita? 
Mi sento anche io parte del gregge e non fuori o al di sopra del gregge?
Percepisco la presenza amorosa e forte di Gesù e del Padre nella mia vita? Cosa mi impedisce di sperimentarla? Credo in questa forza?  Le mie scelte di vita sono ispirate al Vangelo? 
Le parole di Gesù “Io dò loro la vita eterna” mi assicurano che la meta del mio cammino come credente non è oscura e incerta?
Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 99 [100]):

Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Buono è il pastore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Contemplare-agire
L’ascolto di questa Parola è offerta da Gesù in intimità con lui. Questa donazione si ripete sempre per far si che la vita, con tutti i suoi problemi, non si perda.
Credere è fidarsi che nell’amicizia con Gesù la nostra vita si salva veramente e non andiamo perduti. Coltiviamo ogni giorno la nostra coerenza evangelica e l’amicizia con Gesù per non spegnere quella speranza per l’eternità beata.

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