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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C
Lectio divina su Lc 16,1-13

Benedetto il Signore che rialza il povero

Invocare
Signore, Padre mio, oggi porto davanti a te la mia debolezza, la mia vergogna, la mia lontananza; non nascondo più la mia disonestà e infedeltà, perché tutto tu conosci e vedi, fino in fondo, con gli occhi del tuo amore e della tua compassione. Ti prego, buon medico, versa sulla mia piaga l’unguento della tua Parola, della tua voce che mi parla, mi chiama e mi ammaestra. Non togliermi il tuo dono, che è lo Spirito Santo: lascia che soffi su di me, come alito di vita, dai quattro venti; che mi avvolga come lingua di fuoco e che mi inondi come acqua di salvezza; invialo per me dai tuoi cieli santi, come colomba di verità, che mi annunci, anche per oggi, che tu ci sei e mi aspetti, mi riprendi con te, dopo tutto, come al primo giorno, quando tu mi plasmasti e creasti e chiamasti.

Leggere
1Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più ammini­strare”. 3L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. 6Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Pren­di la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. 7Poi disse a un altro: “Tu quanto de­vi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 8Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a man­care, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
10Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fe­deli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, op­pure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
1 Cr 27,31; 28,1; Est 3, 9; Dan 2,49; 6,4; Tob 1,22; 1Cor 4,1s; 1Pt 4,10; Mt 6,24; At 20, 19; 1 Tes 1, 9; Gal 1, 10; Rm 12, 11; 1Tim 6,17-19.

Capire
In tutto il cap. 16 del vangelo di Luca — a eccezione di un cenno sulla legge (16,16-17) e sul divorzio (16,18) — Luca sviluppa il tema dell’uso cristiano della ricchezza. Si tratta evidentemente di un argomento di grande importanza per la sua comunità. Prima Gesù si rivolge ai discepoli con la parabola dell’amministratore disonesto (vv. 1-8) e alcune affermazioni riguardo la ricchezza (vv. 9-13). Poi vi è un’altra serie di parole di Gesù dedicate questa volta ai farisei troppo amanti del denaro (vv. 16-18) e la parabola del ricco epulone (vv. 19-31).
Questa pericope evangelica appartiene alla grande sezione del racconto di Luca che comprende tutto il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme; si apre con Lc 9, 51 per terminare in Lc 19, 27.
Questa sezione, a sua volta, è suddivisa in tre parti, quasi tre tappe del viaggio di Gesù, ognuna delle quali viene introdotta da un’annotazione, a mò di ripetizione: “Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (9, 51); “Passava per città e villaggi insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme” (13, 22); “Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea” (17, 11); per giungere alla conclusione di 19, 28: “Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme”, quando Gesù entra nella Città.
Noi ci troviamo nella seconda parte, che va da 13, 22 a 17,10 e che si compone di diversi insegnamenti, che Gesù offre ai suoi interlocutori: la folla, i farisei, gli scribi, i discepoli. In questa unità, Gesù sta dialogando con i suoi discepoli e offre loro una parabola, per indicare quale sia l’uso corretto dei beni del mondo e come debba essere l’amministrazione concreta della propria vita, inserita in un rapporto filiale con Dio. Seguono tre “detti” o applicazioni secondarie della stessa parabola in situazioni diverse, che aiutano il discepolo a fare spazio alla vita nuova nello Spirito, che il Padre gli offre.

Meditare
v. 1: Diceva anche ai discepoli… Gesù nel capitolo precedente stava mangiando con i peccatori e si era messo a parlare con gli scribi e i farisei che lo criticavano per i suoi commensali. Ora il discorso di Gesù si rivolge a un uditorio più vasto: «diceva anche ai discepoli». I farisei rimangono da sfondo e torneranno in primo piano con il v. 14.
Un uomo ricco aveva un amministratore… La parabola parla di un uomo ricco che aveva un amministratore: due protagonisti per un racconto particolare. Era una situazione normale nella civiltà palestinese. Il sistema del latifondo era esteso in Galilea e spesso era in mano a degli stranieri. L’amministratore sembra un uomo libero, che svolge la funzione di tesoriere presso un privato: ha in mano gli affari del proprietario. L’occasione che dà l’avvio all’azione è l’accusa fatta all’amministratore di sperperare i beni del padrone.
v. 2: Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più ammini­strare”. È il momento del licenziamento, del rendiconto in seguito ad una precisa accusa. Non si dice niente sulla fondatezza e le motivazioni dell’accusa, non si dice se è stato disonesto o negligente. La richiesta dimostra nel proprietario una sfiducia tale, da far capire chiaramente quanto egli sia irritato e deciso a sbarazzarsi del suo amministratore. Di colpo l’amministratore si trova nei guai. È destituito e deve rendere conto della sua gestione. Questa espressione ha sapore di giudizio (Mt 12,36).
vv. 3-4: L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. Inizia un soliloquio che contiene uno stretto parallelismo con il v. 9. Qui il fattore lascia vedere in quale imbarazzo si trovi. Parlando con se stesso, l’amministratore comincia a pensare al proprio futuro: le ipotesi di impietosire il padrone per fargli cambiare idea o di cercare lo stesso lavoro presso un altro padrone sono escluse a priori, nemmeno vi pensa.
Egli piuttosto dichiara esplicitamente di non sentirsela di zappare, lavoro pesante in ogni epoca. Si vergogna di mendicare, ricordandosi forse del consiglio del saggio: «E’ meglio morire che mendicare» (Sir 40,28). Ci sarebbero senza dubbio altri mestieri a cui egli poteva dedicarsi. Certo il binomio zappare-mendicare è un espressione popolare.
So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. L’amministratore comincia a riflettere, come già avevano fatto il contadino per la torre e il re di fronte alla minaccia di una guerra. La domanda di fondo, che in ultima analisi è anche la nostra, è la seguente: che cosa fare per avere un avvenire sicuro? Egli pensa a qualcuno che lo accoglierà a casa sua: i debitori del suo signore! Egli è ancora l’amministratore e può disporre di quanto gli era stato affidato.
vv. 5-7: Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse… L’amministratore passa all’azione: fa venire i vari debitori uno a uno. Di nuovo Luca propone due esempi in rappresentanza dell’intera azione. Anche le domande poste in forma diretta, la menzione ad alta voce del debito fanno parte dell’arte narrativa e servono a introdurre l’ascoltatore nella questione.
I debitori potrebbero essere mezzadri in ritardo con la consegna del raccolto o piuttosto mercanti ai quali è stata anticipata la merce; comunque grossi trafficanti, come si conviene nei racconti orientali.
…Cento barili d’olio… Il primo deve 100 barili, cioè circa 365 litri (la produzione di 140-160 ulivi): riceve uno sconto del 50%.
…Cento misure di grano… Il secondo deve 100 misure di grano, cioè circa 550 quintali (la produzione di 42 ettari di terreno) e riceve uno sconto del 20%; la differenza dello sconto è solo per variare un po’ il racconto.
…scrivi cinquanta… scrivi ottanta… Era il debitore stesso a scrivere la somma dovuta; quindi l’amministratore per prudenza, fa scrivere la nuova cifra dalla mano stessa del debitore su un altro foglio.
v. 8: Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza… La parabola originariamente si concludeva con un elogio a sorpresa da parte di Gesù; ma nel testo attuale la tradizione glielo attribuisce indirettamente, mettendolo in bocca al padrone. Certo l’amministratore ha agito in modo disonesto, come dice chiaramente l’espressione “amministratore d’ingiustizia”. Ma ad essere lodata non è la sua ingiustizia, bensì la sua accortezza: egli ha saputo garantirsi un futuro nel poco tempo rimasto a sua disposizione. Come in Lc 12,42, l’accortezza qualifica un comportamento cristiano richiesto al credente in attesa della venuta finale del Signore.
Accorto o scaltro è quel discepolo che tiene presente che il suo Signore lo chiamerà alla resa dei conti (12,42-46); così pure è accorto quel discepolo che non vivacchia alla giornata, ma comprende l’esigenza dell’ora e opera con determinazione e coraggio per poter resistere fino alla fine.
La parabola reca l’impronta dell’annuncio escatologico che potrebbe tradursi così: sii prudente e preoccupati, nell’ultima ora, di quello che sarà il tuo avvenire alla fine dei tempi.
La parabola trova il suo punto centrale nelle parole: I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Gesù contrappone due categorie di persone: i figli di questo mondo e i figli della luce. I primi sono coloro che appartengono alla categoria del fattore astuto; sono quindi gente impegnata in affari terreni con raggiri e inganni. I secondi sono quelli che operano con rettitudine, con onestà di vita. Ma essi ricevono un biasimo, che va inteso come un imperativo: nelle cose che riguardano il regno di Dio, le esigenze del Vangelo, nel compito di gran lunga più importante e decisivo di tendere alla salvezza eterna devono prendere ad esempio il comportamento energico, accorto, tempestivo del fattore.
Certamente tra il discepolo di Gesù e il fattore disonesto non c’è nulla in comune. Tuttavia il discepolo è chiamato ad imparare dal fattore disonesto la furbizia.
v. 9: Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a man­care, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Il giudizio sulla ricchezza è non soltanto polemico, ma anche forte. Essa è chiamata disonesta. Perché ? Molteplici sono le ragioni. Lo è perché alle volte è frutto di ingiustizie; perché frequentemente diventa mezzo di oppressione, di ingiustizie. Lo è perché inganna l’uomo, invitandolo a porre in essa soltanto la propria fiducia; è ciò è confermato dall’espressione semitica originaria “mammonà di iniquità”.
Il termine mammonà (qui tradotto con ricchezza) significa ciò in cui si pone la propria fiducia. Il senso generale appare chiaro, la formulazione nondimeno rimane curiosa e ha dato luogo a varie interpretazioni dell’espressione Mammonà di ingiustizia. Questo termine ritorna tre volte di seguito acquista particolare rilievo: il Mammonà appare come una forza personificata, un anti-Dio. Il termine ebraico mamon proviene dalla radice mwn: nutrimento, provvista o da ’mn: stabile, solido, e significa: denaro, fortuna. Il termine non è biblico, ma si trova nella letteratura giudaica.
Cosa può dunque significare il termine Mammonà d’ingiustizia? Esso può essere rettamente inteso come “ricchezza che non ci appartiene”, sullo sfondo dell’insegnamento biblico: il creato e tutti i suoi beni appartengono a Dio, all’uomo sono soltanto affidati. Di conseguenza il Mammona appartenendo a Dio non è ingiusto in se stesso, ma lo diventa non appena l’uomo se ne appropria e lo accumula per sé, comportandosi come se Dio non ne fosse il padrone. La nota di ingiustizia non riguarderebbe quindi il bene terreno come tale. Essa pare legata alla tendenza dell’uomo a riportare questi beni a se stesso, ad accumularli per suo profitto, a considerarsene il padrone assoluto.
Le “dimore eterne” è un’ espressione tipica, la quale sta a designare il luogo della salvezza, cioè il Paradiso. A tale riguardo si pensi al detto di Gesù : “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore” (Gv 14,2).
v. 10: Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. L’argomento cambia: non è più questione di dare la ricchezza ai poveri, ma di amministrarla bene, in riferimento al comportamento dell’amministratore della parabola ora giudicato negativamente. Il versetto prende dunque in considerazione l’agire rimproverabile dell’amministratore e vede nella disonestà il motivo del suo licenziamento. Però il contesto richiede di allargare la visuale: si richiede che sia fedele (12,42; 1Cor 4,2). È la scelta fondamentale di Dio senza compromessi che detta il comportamento da seguire nell’uso dei beni terreni. Allora, proprio la fedeltà o meno nell’uso della ricchezza che Dio ha affidato all’uomo risulta un test efficace della fedeltà a Dio.
vv. 11-12: Se dunque non siete stati fe­deli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Questi versetti sono l’applicazione della massima precedente, fatta in forma di doppia domanda e secondo un ragionamento “da minore a maggiore” caratteristico dell’insegnamento rabbinico. Si tratta di un incoraggiamento a non dimenticare il vero bene che aspetta il discepolo nel cielo; per ottenerlo però il discepolo deve dimostrarsi fedele nell’uso dei beni materiali e questa fedeltà nei confronti del Mammonà ingiusto (cioè che non appartiene all’uomo) non sta in una buona gestione economica, ma nel donare i propri beni ai poveri.
Il Mammonà è la ricchezza altrui o ciò che ci è estraneo; il regno di Dio, la nuova vita, è quanto possiamo dire veramente nostro. Noi ad una persona che non è capace di amministrare e che non ha con noi un rapporto profondo, non affideremo mai quanto abbiamo di caro. Eppure Dio ci offre il suo regno e ci rende partecipi della sua vita, ci dona qualcosa di suo, qualcosa a cui è personalmente interessato.
Attraverso la fedeltà nell’amministrazione dei beni terreni, il discepolo viene messo alla prova, per vedere se egli sia adatto a ricevere i beni del mondo futuro.
v. 13: Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, op­pure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Chiude il nostro brano una sentenza parenetica sapienziale. Essa inizia come un proverbio: l’esperienza mostra che quando uno schiavo è a servizio di due padroni, egli immancabilmente finirà per servire l’uno meglio dell’altro.
La parte centrale del versetto, in forma di parallelismo sinonimico, spiega il motivo: egli nutrirà più simpatia nei confronti dell’uno, a svantaggio dell’altro. Gesù non ritiene nessun compromesso tra il servizio di Dio e il servizio di Mammonà. È necessario scegliere!
Non potete servire Dio e la ricchezza. La finale volge l’applicazione agli ascoltatori, chiamandoli a fare la scelta migliore, anche se desta una inquietudine interioreperchè toglie quella “beatitudine delle ricchezze”. Essi sanno che devono amare Dio, un tale servizio è incompatibile con quello di Mammonà.
L’incompatibilità non è tanto tra Dio e Mammonà, ma nel cuore dell’uomo. È il cuore, cioè le sue scelte fondamentali che non deve essere diviso. Il pericolo della ricchezza è che l’uomo finisca con l’innamorarsi di essa. Allora essa diventa un padrone esigente.
Con queste parole Gesù vuole che l’uomo invece scelga Dio e che mantenga un uso corretto della ricchezza, cioè la sua distribuzione ai poveri. Egli, in un certo senso, dice: se vi trovate ad essere ricchi (anche in modo disonesto), non attaccatevi al denaro, ma usatelo per farvi degli amici (non debitori che debbano restituire, magari con gli interessi), perché nel momento escatologico, quando i quattrini non avranno più potere, saranno necessarie delle “raccomandazioni” per essere accolti nelle “dimore eterne”, vale a dire quei poveri che parleranno bene di voi.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
È una parabola molto chiara e non c’è bisogno di spiegarne i dettagli. Ci dica lo stesso Signore perché inventò questa parabola. “Perché”, egli dice, “i figli di questo mondo son più avveduti dei figli della luce” (Lc 16,8). Il Signore non loda, certo, la malizia dell’amministratore, ma la sua avvedutezza. Non lo loda per la frode che fa, ma per l’ingegno col quale provvede al suo futuro. Non sapendo, infatti, come vivere, poiché non era capace di zappare e si vergognava di chieder l’elemosina, trovò un aiuto singolare, aggiungendo una frode alla malversazione dei beni del suo padrone. Non viene lodato per la moralità della sua azione, ma per l’astuta trovata. E a questa avvedutezza applaude il Signore, quando dice: “I figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce”. Quelli sono più avveduti nel male che questi nel bene. A stento, infatti, si trovano alcuni santi che mettano tanta accortezza nell’acquisto dei beni eterni, quanta furbizia hanno questi nell’accaparrarsi i beni temporali. Per questi essi vegliano giorno e notte, lavorano, s’angustiano, e con frodi, furti, rapine, tradimenti, spergiuri, omicidi non cessano mai d’accumular tali ricchezze. E chi può dire quanta furbizia mettano nell’ingannarsi l’un l’altro? Sentano i figli della luce e si vergognino di farsi vincere dai figli di questo mondo. Queste cose sono state scritte proprio perché diventiamo più accorti senza tuttavia imitarli nell’ingiustizia. Perciò viene aggiunto: E io vi dico: “Fatevi degli amici col mammona d’iniquità” (Lc 16,9), ma non come fece l’amministratore infedele. Non frodando l’altrui, ma dando il vostro. Tutte le ricchezze che sono avaramente conservate, sono inique. E non sono equamente distribuite, se, dopo aver messo da parte ciò che serve a te, non dai il resto agli indigenti. Perciò l’Apostolo: Ci vuole – dice – una certa uguaglianza; la vostra abbondanza colmi la loro indigenza e la loro abbondanza supplisca alla vostra necessità (2Co 8,13). Dalle quali parole si vede bene che non ci viene ordinato di dare il necessario, ma il di più. L’Apostolo non vuole che diamo al punto da ridurci in penuria. Le ricchezze, allora, che per sé sono inique se son divise a questo modo, generano amici e il premio eterno. Le ricchezze non divise sono ingiuste, ma se son divise, diventano giuste. Né c’è più affatto ricchezza, se i beni son ridotti alla necessità. Tolto il superfluo, finisce il problema dell’iniquità della ricchezza. Il Maestro continua: “Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto, chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto ()”. Questo vale particolarmente per gli apostoli e per i dispensatori dei beni della Chiesa. Non sono dunque da affidare cose importanti a quelli che nella vita privata non sono stati fedeli, e di quel poco che avevano non fecero opere di misericordia e di pietà. Ma non dobbiamo dubitare della fedeltà amministrativa di coloro che generosamente sovvengono gli altri col poco che hanno. Perciò l’Apostolo ammonisce che i vescovi non devono essere cupidi di danaro né procacciatori di lucro ingiusto. Bisogna tener presente nella elezione dei capi come si siano diportati nel poco e quanto abbiano di misericordia e di pietà. Perciò è detto ancora: “Se non siete stati fedeli nell’amministrare le ricchezze di questo mondo, chi vi affiderà le vere?” Se non avete usato in misericordia dei beni transitori, chi potrà affidarvi l’amministrazione dei beni della Chiesa, che sono veri e santi?
“E se non siete stati fedeli nel bene altrui, ciò che è vostro chi ve lo darà?” Non son beni nostri le cose che possono essere perdute a ogni momento della vita, come tutti i beni temporali. Son nostri invece i beni che non possiamo perdere. Son ricchezze altrui le ricchezze temporali; essere buoni e non mettere la nostra speranza nei beni temporali, questa è, invece, la nostra vera ricchezza. Ma questa ricchezza veramente nostra non ci sarà data, se non saremo fedeli nell’amministrare i beni temporali; a questa condizione i veri beni ci sono stati predestinati. (Bruno di Segni, In Luc., 2, 7).

“Se non siete stati fedeli nei beni che vi sono estranei, chi vi darà ciò che è vostro?” (Lc 16,12). Le ricchezze ci sono estranee, perché esse sono fuori della nostra natura: non nascono con noi, né trapassano con noi. Cristo, invece, è nostro, perché è la vita. “Così egli venne nella sua casa, e i suoi non lo ricevettero” (Jn 1,11). Ebbene, nessuno vi darà ciò che è vostro, perché voi non avete creduto a ciò che è vostro, non l’avete ricevuto.
Cerchiamo dunque di non essere schiavi dei beni che ci sono estranei, dato che non dobbiamo conoscere altro Signore che Cristo; “infatti uno è Dio Padre, da cui tutto deriva e in cui noi siamo, e uno è il Signore Gesù, per cui mezzo tutte le cose sono” (1Co 8,6).
Ma allora? Il Padre non è Signore e il Figlio non è Dio? Certo, il Padre è anche il Signore, perché “per mezzo della Parola del Signore i cieli sono stati creati” (Ps 32,6). E il Figlio è anche Dio, “che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5).
In qual modo allora, nessuno «può servire a due padroni»? È perché non c’è che un solo Signore, dato che non c’è che un solo Dio. (Ambrogio, In Luc., 7, 246-248).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Quali reazioni suscita in me la parabola dell’amministratore infedele?
Ti è mai capitato di agire con “scaltrezza” pur di realizzare qualcosa che sentivi come volontà di Dio per te in quel momento?
Qual è il mio atteggiamento verso le ricchezze terrene? Sono diventate il mio padrone?
In ogni cosa metto Dio al primo posto?

Pregare
Signore,
aiutaci ad essere veri servitori del Regno dei cieli,
donaci la saggezza e la sapienza del cuore
nell’amministrare le ricchezze terrene,
perchè siano di sollievo ai poveri,
e perchè il nostro tesoro è nel cielo e non sulla terra.
Fà che il nostro sguardo sia sempre rivolto ai beni celesti
perchè sono i beni che durano in eterno
e danno valore e consistenza alle realtà della terra. Amen.

Contemplare-agire
Lasciamo che la Parola illumini la nostra vita. Ci aiutino le parole dell’Apostolo Paolo a farci riflettere e agire: A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non por­re la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci da con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera (1Tim 6,17-19).

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