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LECTIO: IV DOMENICA DI QUARESIMA (C)

Lectio divina su Lc 15,1-3.11-32
Invocare
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio
operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di
affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Leggere
1 Si avvicinavano a lui tutti i
pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano
dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Ed egli disse loro
questa parabola.
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due
figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di
patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi
giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un
paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando
ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli
cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno
degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i
porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci;
ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati
di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò,
andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi
salariati». 20 Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo
padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo
baciò. 21 Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a
te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22 Ma il padre disse ai
servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare,
mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello
grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era
morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a
far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei
campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò
uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose:
«Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo
ha riavuto sano e salvo». 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre
allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo
da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai
dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo
tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai
ammazzato il vitello grasso». 31 Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre
con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi,
perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato»».
Silenzio meditativo: Gustate e vedete com’è buono il
Signore.
Capire
Il capitolo 15 di Luca è un canto di
gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo
stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa
di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di
noi, suoi figli?
La struttura di Lc 15 è semplice. Dopo
l’introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua
pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono
perfettamente simmetriche e inseparabili l’una dall’altra. La terza parabola,
molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l’insegnamento delle parabole
precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene
introdotta semplicemente con “Disse poi”.
Inoltre tutto il capitolo è guidato
come da un filo conduttore dai verbi “perdere-perduto”‘,
“ritrovare-ritrovato”; ” rallegrarsi-far festa”. Sono
ripetuti rispettivamente sei – sette volte.
I vv. 7 e 10 con un efficace “Così
vi dico…” dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del
pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che “ci sarà in
cielo” (v. 7), “davanti agli angeli di Dio” (v. 10) “per un
solo peccatore che si converte” (id.)».
La nostra pericope evangelica (che
volgarmente conosciamo come la parabola del figlio prodigo), in Luca non assume
il tono di un’esortazione, ma è contenuto dietro un’apologia, per presentare la
misericordia di Dio verso i peccatori. Essa è un valore che possiamo capire
solo se siamo sedotti dall’agire di Dio, sedotti dal comportamento del cuore di
Dio.
Con questo brano evangelico, Gesù
definisce i lineamenti autentici di Dio: la paternità e maternità di Dio. Ecco
delineata in questa frase tutta la nostra spiritualità di cristiani, l’essenza
del nostro essere “figli di Dio” (Gv 1,12).
Con questa parabola, attraverso la
Parola del Figlio conosciamo il Padre. E in definitiva è proprio questa la
missione del Figlio, far conoscere il Padre. Questa è la vita eterna: “che
conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).
Meditare
vv.
1-3: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I
farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia
con loro».
I primi due versetti presentano due
modalità di porsi davanti a Gesù. Tutti u pubblicani e i peccatori “ascoltano”
la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di partecipare alla comunione
con Dio, di essere salvati, di essere discepoli. L’ascolto nel vangelo di Luca
è l’atteggiamento del credente.
I farisei e gli scribi, invece, “mormorano”,
svelando ostinazione e rifiuto. Il verbo nella Bibbia è figura della
contestazione di Dio e del rifiuto del suo modo di dare salvezza (cfr. «Perché ci
hai fatto uscire dall’Egitto?» Es 17,1-7). Mormorare vuol dire mettere in
dubbio la validità di ciò che Dio ha fatto, la validità della sua azione. È il
verbo con cui l’uomo pretende di suggerire a Dio come dovrebbe comportarsi con
l’uomo e come dovrebbe dargli la salvezza (o il castigo).
Ed
egli disse loro questa parabola
Luca colloca questa parabola in un
contesto ben preciso: la critica di scribi e farisei all’atteggiamento che Gesù
assume nei confronti di pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei non
riescono ad accettare il comportamento di Gesù che mangia e beve con i
peccatori, con peccatori pubblici, che non solo hanno fatto qualche peccato, ma
sono in una condizione permanente di peccato. La condivisione del pasto esprime
una comunione. Qui Gesù non fa altro che dimostrare che Dio non la pensa alla
maniera degli scribi e dei farisei e cerca di aprire il cuore e la mente al
mistero di Dio misericordioso.
v.
11: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
La parabola inizia con tre personaggi: un
uomo e due figli. L’uomo qui è Dio-Amore: è padre e madre messo insieme (vedi:
Rembrandt, “Il ritorno del Figliol prodigo”, dipinto del 1669). È la storia di
sempre. È Dio, che nel corso della lettura si rivelerà insieme padre e madre,
legge e amore. I due figli indicano la totalità degli uomini, sia peccatori che
giusti, per lui siamo sempre e solo figli, perché Dio ha “compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati
degli uomini, aspettando il loro pentimento”
(Sap 11,23).
v.
12: Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio
che mi spetta».
C’è una giovinezza che manifesta una
certa agitazione, che manifesta un atteggiamento molto frequente anche oggi,
come se il Padre fosse morto. È il peccato di pretendere di essere
autosufficienti.
Ed
egli divise tra loro le sue sostanze.
Il Padre è in assoluto silenzio. Rimane
sempre Padre. Si “annulla” di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze
(alcune norme regolavano il diritto di successione alla morte del padre, о la
spartizione dei beni mentre era ancora in vita il padre: cfr. Dt 21,17; Sir
33,20-24), non è un antagonista.
Dividere le sostanze è già un atto di
misericordia pretendere tanto e per di più con i1 Padre ancora in vita, è un
palese atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio
si dimostra già un “avventato” uno “scapestrato”. E la legge era molto dura nel
reprimere un tale atteggiamento (cfr. Dt 21,18-21).
vv.
13-16: Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose,
partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo
dissoluto.
Questo figlio, che non sopporta la
presenza del padre va in un paese lontano, cioè in un “paese pagano”. Lontano
vuole dire: che non ci arrivi proprio niente di suo padre, né una notizia, né
un’ombra, né un richiamo, ma in cui possa effettivamente fare quello che vuole;
e lo fa in quel modo che il Vangelo dice: “vivendo da dissoluto”, fino “a trovarsi
nel bisogno”.
Quando
ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò
a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli
abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.
La condizione del giovane diventa così
grave al punto che è costretto a “mettersi al servizio di uno degli abitanti di
quella regione”, e “a pascolare i porci”. Il porco è un animale immondo, non
viene allevato da ebrei; andare a pascolare i porci deve essere il massimo del
degrado, peggio di così non poteva finire. E la parabola vuole dire questo: il
figlio scende al punto più basso della sua vita
Questo vuole dire: da figlio è
diventato servo; l’autonomia che lui cercava non l’ha in realtà conquistata. E
questo è un tema costante della riflessione profetica: quando Israele si illude
di trovare la sua libertà negli idoli, in realtà trova semplicemente la
schiavitù.
In Geremia si ricorda l’esperienza di
Israele così descritta: “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai
spezzato i tuoi legami e hai detto: Io non servirò!” (Ger 2,20a). Il “giogo”, i
legami, sono evidentemente quelli della legge di Dio, quelli dell’Alleanza,
quindi queste parole sono affermazioni di autonomia: “io non ho legge, io sono
legge a me stesso”. “Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde
ti sei prostituita” (Ger 2,22b). La libertà per Israele, l’emancipazione dai
legami della legge, è essenzialmente questo: è la prostituzione della
idolatria.
Avrebbe
voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava
nulla.
La fame ha creato un vuoto fuori e
dentro di lui. Gli fa capire che fece una scelta sbagliata. Che non è stato
capace di valutare le cose. Questo è l’inizio di un cammino verso la casa del
Padre. Dice un antico detto ebraico: «Quando gli israeliti hanno bisogno di
mangiare carrube, è la volta che si convertono».
v.
17: Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in
abbondanza e io qui muoio di fame!
Si noti, come in questo monologo, Luca
non esprime grandi sentimenti di pentimento; è una conversione a sé, più che al
Padre, intuisce il vero proprio interesse: “salariati…di mio padre”. Lo
considera e lo chiama padre, anche se non considera sé come figlio. Instaura il
paragone con i salariati. Ha ancora una falsa immagine del Padre.  
Questo ritornare in sé non è altro che
l’esperienza del peccato a cui si è consegnato e che ne è diventato padrone, il
proprio dio.
vv.
18-19: Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il
Cielo e davanti a te;
Il figlio si è allontanato da casa
perché pensava che suo padre fosse un tiranno; ritorna a casa con la speranza
che suo padre sia un padrone, lo tratti come un padrone tratta i suoi servi.
La conversione del figlio in realtà non
è una grande conversione, perché non ritorna per amore di suo padre, ma ritorna
per fame, ritorna con il desiderio di saziarsi, di potere vivere in un modo
meno disagiato di quello attuale. Non gli dispiace di aver fatto soffrire suo
padre.
non
sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi
salariati».
La conversione non è un percorso
facile, anzi è impossibile che l’uomo ritorni a Dio con le sue sole forze
interiori; del resto, senza che noi lo desideriamo, Dio non ci converte a sé:
perciò è indispensabile che il nostro desiderio e il desiderio di Dio si
incontrino; poi l’amore del Padre farà il resto.
Sulla via del ritorno il giovane figlio
aveva preparato mentalmente un discorso, nel quale, con atteggiamento umile, si
riconosceva colpevole; forse anche noi pentiti, sulla via del ritorno a Dio,
abbiamo preparato un discorso ma al Padre le nostre parole non interessano:
come nella parabola, egli ha fretta di far festa, ha fretta di tenerci stretti
nel suo abbraccio e di riconoscersi nel nostro volto, un volto di figlio che ha
i tratti del volto del Padre.
v.
20: Si alzò e tornò da suo padre.
Se fin d’ora abbiamo parlato del figlio
adesso subentra il padre in una scena travolgente. Il padre qui è ben altro,
non aspetta al varco l’indegno per rinfacciarli una colpa senza scuse, previene
ogni suo atto di pentimento. Per capire, l’evangelista usa per noi dei verbi: i
verbi dell’amore.
Quando
era ancora lontano, suo padre lo vide
Per quanto lontano il Padre lo vede
sempre; nessuna oscurità e tenebre può sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11).
L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio. Lo
sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso
il figlio malato (cfr. Is 49,14-16; Ger 31,20; Sal 27,10; Os 11,8).
ebbe
compassione
La compassione è il verbo che definisce
la figura del padre. In lui “gli si sono mosse dentro le viscere”.
Letteralmente “fu colpito alle viscere”. L’evangelista Luca attribuisce a
questo padre i sentimenti di una madre, e si collega cosi alla tradizione
biblica, dove Dio ha sovente atteggiamenti materni verso Israele.
In questo verbo abbiamo l’aspetto
materno della paternità di Dio. È la qualità di quel Dio che è misericordia. In
Lc 6,36 Dio ci è presentato come “padre misericordioso”, cioè insieme come
padre e come madre (Luca usa l’aggettivo “oiktìrmon
che traduce l’ebraico “rahamin”, che
indica il ventre, l’utero).
gli
corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
C’è una corsa del padre che termina in
uno slancio che lo fa letteralmente “cadere addosso” al figlio. Anche Giuseppe,
venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gen 46,29).
Questo gettarsi al collo interrompe l’idea del figlio. Il padre è stanco di
avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia
figlio. Il peccato dell’uomo è di essere schiavo invece che figlio di Dio.
Segno di questo è il “bacio”. Segno del perdono (cfr. 2Sam 14,33).
Questi sono gesti che nell’Antico
Testamento indicano il perdono e la riconciliazione il segno che la comunione
d’amore che c’era prima, è stata immediatamente ristabilita.
vv.
21-23: Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».
È un fardello che si aggiunge al
fardello già esistente nella vita del figlio: essere figlio non è questione di
dignità o di merito; è un dato di fatto. Il padre può essere libero nel mettere
al mondo il figlio, ma nell’essere figlio non c’è libertà; non si sceglie né di
nascere né da chi. Il figlio minore non ha ancora capito che il Padre è amore
necessario e gratuito; pensa non avendola meritata, di rinunciare alla sua
paternità.
La conversione non è diventare
“degni” o almeno “migliori” per meritare la grazia di Dio;
la conversione è accettare Dio come un Padre che ama gratuitamente.
Ma
il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo
indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Il padre prende subito l’iniziativa:
non permette al figlio di terminare la sua confessione; non dice nulla al
figlio, ma l’interruzione nella dichiarazione da parte del figlio, indica che
l’aspetto importante della parabola, non è la conversione più o meno sentita
del figlio, ma piuttosto l’accoglienza e la misericordia del padre.
Il vestito più bello è la veste
migliore, quello riservato agli invitati, che è anche l’abito liturgico della
cerimonia e il vestito dei salvati. È l’immagine e la somiglianza di Dio,
gloria e bellezza originale che riveste l’uomo con la sua dignità con la sua
autorità (l’anello al dito) (cfr. Gen 41,42; Est 3,10; 8,2; Gc 2,2). Che gli
ridona la figliolanza, gli ridona la libertà di figlio (i sandali ai piedi; lo
schiavo non porta sandali).
Prendete
il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa
Il sacrificio grasso (lett. di grano)
immolato, che si “mangia”, “facendo festa” è un’allusione
all’eucarestia. Per i commentatori questo vitello di grano è l’Agnello immolato
per quell’amore che è prima della fondazione del mondo (Gv 17,24).
È l’inizio dell’unica festa che si
compie una volta sola per sempre, senza fine.
Questa della gioia di Dio nel perdonare
è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano
di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l’ordine…: noi cristiani
annunciamo che la potenza di Dio è l’amore e la misericordia, che egli sa
vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti.
v.
24: perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Qui abbiamo la motivazione. È il canto
alla vita del figlio ritrovato, della relazione nuova, filiale e fraterna. I
termini “morte e vita” lasciano intuire che la sua gioia deriva da
una relazione che si era spezzata prima e ora è reintegrata in un contesto di
libertà. I verbi “perdere e ritrovare” collegano questa parabola alle
altre due precedenti nelle quali si parla della pecora e della dramma perduta e
poi ritrovate. Anche in queste due parabole compare l’ordine di rallegrarsi e
far festa.
vv.
25-27: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a
casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa
fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha
fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo».
Chi è il figlio maggiore? Nella Bibbia
il maggiore è Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto ma anche nella
vita di tutti i giorni, il figlio maggiore è colui che vive nel giusto o che
crede di essere nel giusto e va in cerca dei ripari.
Questo giusto, però, non sa nulla della
gioia di Dio, anzi gli è sospetta e per questo indaga minuziosamente, interroga
un servo per sapere cosa sta accadendo.
vv.
28-30: Egli si indignò, e non voleva entrare.
L’indignazione del figlio maggiore, è la
sua carta d’identità. Egli sipresenta diversamente dal padre, che viene
descritto dalla compassione (cfr. Gio 4,3.8-9). Il suo arrabbiarsi è
giustificato da un ragionamento che ha una logica stringente, ma il
ragionamento suppone che il padre sia un padrone e che i figli siano dei
salariati, perché questo è il discorso: “io ti servo da tanti anni (…) non ho
mai avuto un capretto”.
Il figlio maggiore ha mantenuto sempre
quel rapporto del “do ut des” col
Padre; cioè un rapporto da salariato a datore di lavoro, ha sempre ricevuto
quello che gli spettava come stipendio, ma niente di più di quello che va al di
là del gratuito.
Inoltre, il figlio maggiore qui può
essere visto come il rappresentante di una religiosità seria e impegnata ma di
scambio, dove Dio è datore di lavoro e l’uomo solo un operaio, per cui ha
diritto ad un salario corrispondente. Tutto quello che non entra in questo
sistema di scambio economico e preciso, diventa incomprensibile e “non si vuole
entrare” nell’amore del Padre.
Suo
padre allora uscì a supplicarlo.
Il Padre esce per supplicarlo, per consolarlo.
C’è un’azione del Padre che è uguale per tutti. C’è l’azione di Dio che si
muove sempre per primo. Dio consolò Israele mediante i profeti, fino al
Battista che “consolava ed evangelizzava” (Lc 3,18), chiamando alla
conversione.
Ma
egli rispose a suo padre
Paziente, quel Padre che non ha
ascoltato l’umiliazione penitente del secondogenito, ascolta ora le accuse del
primogenito. Il figlio maggiore, nel breve dialogo che ha col padre mostra
tutto il dramma della sua chiusura. Si è fatto un’idea del padre e da questa
non cambia. Non riconosce il padre come suo padre né il figlio di suo padre
come suo fratello.
«Ecco,
io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non
mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è
tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le
prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso».
Il figlio elenca i suoi meriti – “ti
servo … non ho trasgredito” – con l’unica preoccupazione di affermare che non
ha mai trasgredito alcun ordine. Non è questo il tipo di rapporto che dobbiamo
avere col Padre nella ricerca egoistica del proprio io o interesse (“un
capretto”).
È facile puntare il dito: “il figlio
tuo”. Il primogenito rifiuta di dare il nome di «fratello» al prodigo ma non
gli contesta il nome di «figlio» in rapporto al padre. Di colpo, il padre del
figlio indegno non gli sembra più neppure suo padre; parla di lui come di un
padrone al cui servizio lavora come schiavo: “Ecco, io ti servo da tanti anni”
(come uno schiavo: douléuô. Cfr. v.
29). Se il secondogenito si augurava di divenire, a casa del padre, un servo
ben pagato, il primogenito si considera come uno schiavo verso il quale il
padrone non ha alcun debito di riconoscenza. La comprensione che egli ha del
rapporto padre-figlio non è migliore di quella del fratello.
vv.
31-32: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio
è tuo
Il padre cerca di far entrare nella
logica dell’amore e della festa colui che è rimasto sempre impigliato
nell’orizzonte del puro dovere, della sola osservanza di una religione rigida
che esclude qualsiasi sentimento, gioia e festa e soprattutto perdono. Lo
chiama: Figlio! E gli manifesta la cosa più importante della religione: “tu hai
un padre, tu sei sempre con lui, con questo padre, nel suo cuore, nelle sue attenzioni.
Tu non sei uno schiavo come tu ti definisci, ma un figlio che gioisce di tutto
ciò che ho e che sono come padre. Vieni, abbracciami, baciami ed entra nella
festa del ritrovamento del tuo fratello, nella festa del perdono. Perché, tu
hai un fratello, non sei solo e disperato; come hai un padre, una casa, un
focolare attorno al quale gioire e fare festa”.
bisognava
far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in
vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Il padre non rinnega il comportamento
tenuto nei confronti del secondogenito e riconferma la sua gioia. La
sollecitazione all’allegria e alla festa con cui si chiude il racconto, rimanda
al finale delle due parabole precedenti in cui si assicura la gioia celeste per
il peccatore convertito (Lc 15, 7.10).
La Parola del Padre ci conduce a
deciderci a morire ai nostri schemi mentali, alla nostra religione fatta di
leggi ed entrare in una religione imperniata sull’amore per cui il padre
accoglie il figlio ribelle e il figlio-schiavo. Senza condizioni, perché sono
suoi figli e basta.
La parabola non rivela la reazione del
figlio maggiore, non dice se è entrato o no a far festa. Volutamente Gesù
lascia le cose in sospeso: ricordando che la parabola è rivolta in primo luogo
a farisei e scribi, e ad ogni lettore.
A Gesù sta a cuore far intravedere ai
suoi ascoltatori di ieri e di oggi, peccatori e presunti giusti, il modo con
cui Dio si rapporta alle persone: ogni uomo, anche se peccatore, rimane per Dio
sempre un figlio, proprio come succede nella parabola.
La parabola possiamo concluderla così:
“Figlio, ritorna anche tu!”. E il vangelo non dice se il figlio
ascoltò la voce del padre: forse questo silenzio è giustificato dal fatto che
la risposta deve essere ancora data!
La Parola illumina la vita
Sono come il figlio maggiore: invidioso
dei peccatori che si convertono? Desidero o no entrare alla festa di Dio? Voglio
continuare a non capire la mentalità, il cuore di Dio?
Vivo una religiosità da schiavi cioè la
religiosità della paura?
Quale rapporto ho con Dio? Quello del
salariato o quello della gratuita, dell’amore?
Con quale animo invoco il Padre nella
preghiera che Gesù ha insegnato: con la gioia di chi è amato, sempre e comunque
amato?
Sono aperto al perdono verso i miei
fratelli? Riconosco solo il loro peccato o anche il fatto che Dio li ama
incondizionatamente?
Vivo il perdono – soprattutto
sacramentale – con il cuore pieno di gioia, “felice come una pasqua”?
Pregare
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo
ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce. (Sal
33).
Contemplare-agire
Per imparare ad essere misericordiosi e
a non pretendere dagli altri, ripeti spesso e vivi oggi la Parola: “Mi
indicherai il sentiero della vita” (Sal 15,11).


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