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LECTIO: XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

Lectio divina su Lc 21,5-19
Invocare
O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni
tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che attraverso le vicende,
lieti e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi
che nella nostra pazienza possederemo la vita.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Leggere
5 Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato
di belle pietre e di doni votivi, disse: 6 «Verranno giorni nei quali, di quello
che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 7 Gli
domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il
segno, quando esse staranno per accadere?». 8 Rispose: «Badate di non lasciarvi
ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e:
“Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9 Quando sentirete di
guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire
queste cose, ma non è subito la fine». 10 Poi diceva loro: «Si solleverà
nazione contro nazione e regno contro regno, 11 e vi saranno in diversi luoghi
terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni
grandiosi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e
vi perseguiteranno, conse-gnandovi alle sinagoghe e alle prigioni,
trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13 Avrete
allora occasione di dare testimonianza. 14 Mettetevi dunque in mente di non
preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò parola e sapienza, cosicché
tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16 Sarete
traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e
uccideranno alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18 Ma
nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19 Con la vostra perseveranza
salverete la vostra vita.
Silenzio meditativo: Il
Signore giudicherà il mondo con giustizia.
Capire
Il brano, fa parte dell’unità letteraria di 21,5-36 e
riguarda l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Luca fa
riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti (12,35-48; 17,20-18,18).
Si avvicina la passione di Gesù ed Egli, in questo
momento, si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio. I Vangeli sinottici
(cfr. anche Mt 24; Mc 13) fanno precedere, al racconto della passione, morte e
risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da
leggere alla luce della Pasqua. Il linguaggio è quello
“apocalittico”. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma
sull’annuncio di capovolgimento totale.
La comunità di Luca già era a conoscenza degli
avvenimenti riguardante la distruzione di Gerusalemme (anno 70). L’evangelista
universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in
attesa della venuta del Signore nella gloria.
I discepoli sono chiamati a vivere nella certezza che
il giorno del Signore verrà. Nell’attesa non devono cadere nell’inganno di
messaggeri diversi da Gesù e fare proprie scadenze diverse da quelle stabilite
da Dio
Il Vangelo di questa domenica è un aiuto a comprendere
questa condizione del credente nel mondo e a viverla correttamente. Il Vangelo,
infatti, non vuole essere un “manuale per gestire le emergenze”
quanto invece una bella notizia sulla vita. L’antifona d’ingresso alla Messa,
presa dal libro del profeta Geremia, insegna che proprio nella catastrofe
nazionale dell’esilio egli prevede e preannuncia i propositi di pace, di
salvezza propri del Signore e non di tribolazione (cfr. Is 55,8-11): “Dice il
Signore: «Io ho progetti di pace e non di sventura; voi mi invocherete e io vi
esaudirò, e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi»” (Ger
29,11.12.14), e li reintrodurrà per sempre nella loro patria vera e desiderata.
Meditare
vv. 5-6: Mentre alcuni parlavano del tempio,
che era ornato di belle pietre e di doni votivi
L’amante
archikromico rimane estasiato nell’osservare, ammirare la bellezza artistica
delle cose, del lavoro dell’uomo. Anche ai tempi di Gesù accadde la stessa
cosa.
Si
parla del tempio costruito da Erode in 10 anni, impiegando 100.000 operai e
1.000 sacerdoti addestrati come muratori per i lavori nelle parti più sacre. La
fabbrica, iniziata nel 20 a C, continuerà a lungo per le decorazioni; finirà
solo nel 64 d.C, sei anni prima della sua distruzione. Passeggiando in uno dei
cortili del tempio alcuni anonimi esprimono la loro ammirazione per la
colossale costruzione e per i doni votivi che la adornano provenienti dalla
pietà dei principi e di privati (cf. 2 Mac 2,13). Certamente il tempio è bello
e Gesù non nega che sia decorato bene.
Ma
quando l’opera umana va in contrasto con l’opera divina Gesù risponde con una
parola profetica:  
«Verranno giorni
nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non
sarà distrutta».
Parole
di sventura quelle di Gesù (cfr. 17,22; 19,43) nel riprendere le ammonizioni
dei profeti riguardo al tempio (Mi 3,12; Ger 7,1-15; 26,1-19). È una
considerazione anche sulla caducità di ogni realizzazione umana, pur
meravigliosa. Qui possiamo considerare il nostro atteggiamento verso le cose effimere,
che terminano col tempo. La minaccia dei profeti era motivata dal tradimento
dell’alleanza da parte del popolo e anche Gesù denunzia con le lacrime agli
occhi l’incomprensione e l’infedeltà di Israele, che lo ha rifiutato come
Messia e Salvatore (cf. 19,41-44).
Questi
“giorni che verranno” sono gli stessi di 5,35: «Ma verranno giorni quando lo
sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno»
; l’esecuzione
del Messia, lo sposo, coinciderà con la distruzione del Tempio (cfr. 23,45). Il
crollo materiale sarà solo una conseguenza dell’esodo definitivo dal Tempio
della presenza di Dio, perché essi hanno trasformato “questo luogo”, che era
stato concepito come “casa di preghiera ” (Lc 19,46), “tenda della
testimonianza ” (At 7,44), in un “covo di ladri” (Lc 19,46b), un tempio fatto
“da mano d’uomo” (At 7,48), a gloria e lode dei potenti e non di Dio.
Dio
non vuole edifici singolari che puntellino il potere, ma luoghi funzionali in
quanto dono suo. L’uomo spirituale ricerca, realizza ed usa tutte le realtà
umane senza farne il fine ultimo.
v. 7: Gli domandarono:
«Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando
esse staranno per accadere?».
Le
stesse persone del popolo che ammiravano la bellezza del tempio, ora dopo
l’annuncio della sua distruzione, chiedono al Maestro il momento e il segno di
«queste cose», una domanda formulata in prospettiva apocalittica.
La
domanda manifesta un atteggiamento ansioso che viviamo ancora oggi: “quando” e
il “segno”. È la domanda tipica degli Ebrei che stavano nell’attesa febbrile
della redenzione messianica, poiché questa si sarebbe preannunciata con “segni”
grandiosi e irresistibili. La medesima domanda gliela pongono perfino dopo la
resurrezione: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di
Israele?»
(At 1,6).
Un’ansia
che anticipa la fuga dal presente per proiettarsi in quel momento critico del
futuro. Gli ascoltatori sono interessati agli sconvolgimenti esteriori che
caratterizzeranno questo avvenimento.
Gesù
non risponde a questa specifica domanda. Il disastro per costoro non è
definitivo, ma è il momento in cui Dio interverrà per iniziare la “rivolta” (il
compimento della profezia delle settanta settimane di Dn 9,24-27), oggi la
chiameremmo “la crociata ” o “guerra santa”, la rivolta che dovrà culminare con
la sconfitta dei pagani (Dn 7,27).
Quando
i potenti sono troppo ben armati per provocare guerre sante, allora
organizziamo crociate moraleggianti, campagne per la vita (in astratto),
movimenti fondamentalisti, tutto meno il cambiamento radicale della scala dei
falsi valori che provocano le crisi mondiali, le guerre civili e i disastri
familiari.
Purtroppo
non è questo il Regno di Israele o il Regno di Dio, perché manca Dio e la sua
Parola al vertice della scala dei valori che non ama tutto ciò!
v. 8: «Badate di non
lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono
io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!
Questa
risposta di Gesù non avrà soddisfatto il proponente della domanda. In questo
monito di Gesù, Luca, rispetto agli altri evangelisti, aggiunge il riferimento
al tempo. La prima comunità cristiana sta superando la fase di un ritorno
prossimo del Signore e si prepara al tempo intermedio della chiesa.
Gesù
raccomanda di non lasciarsi ingannare o meglio, sedurre dai falsi profeti, da
impostori. Il preambolo (vv. 8-9) costituisce una messa in guardia dai falsi
messia. Gli Atti degli apostoli ne citeranno due (intorno al 44-46 d.C): un certo
Tèuda, «che pretendeva di essere qualcuno» (At 5,36), e Giuda il galileo che
«indusse molta gente a seguirlo» (At 5,37). Costoro diranno: «Il momento si è
avvicinato», riprendendo le parole di Gesù a proposito del regno (10,11), e
arrogandosi la capacità di riconoscerne la venuta (19,11; cfr. 12,56). Lo
stesso vale per le prospettive allarmiste o avventiste che credono di scoprire
nelle guerre e negli sconvolgimenti della storia – Luca allude forse alla
rivolta giudaica degli anni 66-70 –un segno della fine del mondo. L’evangelista
insiste, sottolineando che ciò di cui si parla qui non riguarda il termine
degli avvenimenti umani, ma lo sviluppo storico di ciò che avviene nel tempo e
nello spazio degli uomini. Per questo l’evangelista Luca non accenna più ai
«dolori del parto» (cfr. Mt 24,8.19-28; Mc 13,8), che nei profeti sono presagio
della liberazione finale (cfr. Mi 4,9-10; Ger 30,5-7; Is 66,7-13).
L’espressione:
“sono io” richiama a quell’«Io sono», cioè a JHWH (cfr. Es 3,13ss). Questa è la
pretesa di sostituirsi a Dio o di spacciarsi come un suo ministro o mediatore,
investiti di prerogative divine. Era già accaduto al tempo dei Profeti, contro
l’avvertenza contraria del Signore (cfr. Ger 14,14), accadrà anche dopo
l’Ascensione (cfr. 1 Gv 2,18).
Ma
il “tempo” è solo quello stabilito irrevocabilmente da Dio (Dn 7,22; Mt 3,2),
non da avventurieri rovinosi. Dio attua il suo progetto di salvezza secondo un
proprio ordine e conserva il segreto dei momenti decisivi per se stesso (At
1,7). Per gli uomini i Kairòs vengono all’improvviso (1 Ts 5,1-2), un momento
di questi è la parusia (= avvento del Signore, del suo Giorno). Dunque
l’imperativo a non seguirli!
Nella
comunità di Tessalonica gli abitanti, col pretesto di aspettare l’imminente
ritorno del Signore, si erano dedicati ad una spiritualità vuota, solo di
attesa, inconcludente, ritenendo inutile ogni progetto ed ogni attività in
questo mondo, visto che tutto dovrà scomparire.
S.
Paolo condanna energicamente la loro condotta e li richiama alla realtà, a vivere
il tempo presente con dignità e responsabilità.
Il
credente è ottimista nella Parola di Gesù perché si fida della promessa, non
segue i consigli degli ingannatori, non si lascia terrorizzare dalla malvagità,
ma coglie occasione per dare buona testimonianza.
v. 9: Quando sentirete
parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti
accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”.
Anche
gli avvenimenti bellici e, diremmo oggi, le azioni terroristiche, non sono
l’inizio della fine. Tutto questo accade, ma non è il segno della fine (Dn
3,28). Luca usa «rivoluzioni (rivolte, sommosse)» invece di «rumori di guerre
(vedi Mc 13,7); allude alla rivolta del 66-70 d. C, che porterà alla
distruzione di Gerusalemme. Con quel «prima» l’evangelista Luca pone un
distacco netto tra i segni e la fine, specifica che questi e simili fatti
appartengono ancora alla storia e non alla fine dei tempi (vedi anche inizio
della parabola delle mine, Lc 19,11ss).
Luca
vuole prevenire l’illusione della fine imminente dei tempi con la conseguente
delusione e abbandono della fede.
Coloro
che profetizzano una fine ormai imminente, possono aver additato tali segni
della fine in alcuni avvenimenti del loro tempo. Piuttosto questi avvenimenti
devono richiamarci ad una vita più ascetica che a guerre e divisioni anche nel
campo della fede. Un richiamo a spandere il profumo di Cristo, il suo amore
infinito, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte che scaturiscono dalle
nostre opere, come un giorno sangue e acqua, battesimo e cibo di vita,
zampillarono dal costato di Cristo.
vv. 10-11: Poi disse loro:
“Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,
Il
“poi disse” è una ripresa del discorso dopo gli avvertimenti iniziali. Le
espressioni utilizzate da Luca appartengono a temi e linguaggio apocalittici;
l’espressione «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno» si trova
in Isaia (19,2), in un oracolo contro l’Egitto sconvolto dalle vittorie assire
(722-711 a. C.) e nel secondo libro delle Cronache (15,6), in una profezia del
tempo del re di Giuda Asa (sec. IX-VIII a. C).
L’immaginario
catastrofico è come un sipario che vela la bellezza dello scenario che è
dietro: la venuta del Signore nella gloria.
e vi saranno di luogo in
luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e
segni grandi dal cielo.
Le
calamità naturali, non hanno come origine immediata e diretta Dio, bensì la
struttura limitata e il carattere dinamico del cosmo creato. Sia nell’Antico
come nel Nuovo Testamento il terremoto è spesso associato a rivolgimenti
catastrofici. Segno di qualcosa che finisce e qualcos’altro che comincia.
«L’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto» (Ap 6,12),
«Nella mia gelosia e nel mio furore ardente io vi dichiaro: In quel giorno ci
sarà un grande terremoto nella terra d’Israele» (Ez 38,19), e via dicendo.
Notizie di terremoti storici ci arrivano però anche dalla stessa Sacra
Scrittura. Le visioni del profeta Amos, per esempio, risalgono «al tempo di
Ozia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele, due
anni prima del terremoto» (Am 1,1), e cioè alla metà dell’VIII sec. a.C.
Nella
Bibbia, piuttosto, il terremoto è segno della presenza “dirompente” di Dio: è
come se la terra si scuotesse perché incapace di “reggere” tanto peso. La
presenza di Dio “destabilizza” l’uomo, gli dà vertigini da capogiro! «Il
Signore regna: tremino i popoli. / Siede in trono sui cherubini: si scuota la
terra» (Sal 99,1), assicura il salmo, ma già sapevamo dalla teofania sul Sinai
che durante la discesa di Dio «tutto il monte tremava molto» (Es 19,18)! Anche
se al disilluso Elia, ed esattamente sullo stesso monte di cui prima, toccherà
scoprire che «il Signore non era nel terremoto», tanto quanto non era nel fuoco
né nel vento impetuoso, ma piuttosto in un sussurro di vento sottile (1Re
19,11). E sarà nuovamente e significativamente un terremoto a preannunziare il
Cristo risorto: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore,
infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su
di essa» (Mt 28,2).
La
storia, anche quella di oggi disseminata di cadaveri, non è altro che un povero
urlo di disperazione in attesa dell’amore definitivo. Gesù dice diversamente:
la storia è il luogo in cui Dio realizza il suo progetto, è – perciò – luogo
benedetto e da salvare. La perseveranza, dono celeste, è il nostro sigillo sul
mondo, la nostra vita è il fianco squarciato del Signore, la porta spalancata
sul cuore di Dio, amore gratuito preparato per ogni uomo. La nostra vita
perduta per Cristo è consegnata, in Lui, per la salvezza del mondo.
vv. 12-13: Ma prima di
tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi
alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a
causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Prima
ancora avverrà la persecuzione generale dei discepoli a causa del nome di Gesù
Cristo. La persecuzione a causa del nome di Gesù è indice di appartenenza e di
condivisione del suo stesso destino.
Non
so se ci rendiamo conto di questa ammonizione. Le cose sono due: o non si
riesce a vedere la raffinatezza della persecuzione che è in atto contro i
cristiani, anche se spesso non cruenta (ci si limita sempre ai fatti di cronaca
cruenti), o si è talmente tiepidi che con la nostra fede non provochiamo più
nessuno.
L’espressione
«prima di tutto» riporta il lettore alla concretezza delle situazioni che
attendono i discepoli nel corso della storia. Quello che viene tracciato qui, è
già il programma degli Atti degli apostoli, che si concluderanno a Roma,
crocevia del mondo, dove la Parola è proclamata a tutti «senza impedimento» (At
28,31). Attraverso gli avvenimenti narrati in quel libro, si può scoprire che
la persecuzione, e a volte persino il martirio, non sono una barriera tragica e
insormontabile. Infatti, né la misericordia di Dio, né il suo disegno di
salvezza vengono meno per questo.
La
parola di Gesù dice che dalla persecuzione nasce la testimonianza. In italiano
questa testimonianza viene designata con la stessa parola greca «martyrìa»;
il testimone è associato al destino di colui a cui rende testimonianza (cfr. Ap
11,3-12). Ma la testimonianza è anche quella resa dalla parola di Dio nella
vita dei discepoli perseguitati e a loro favore.
L’essenziale
non è vincere; nemmeno aver ragione; nemmeno sopravvivere; l’essenziale è poter
rendere testimonianza all’amore di Dio in ogni circostanza. Istruito con la
luce che viene dal Signore, pur perseguitato, il credente proclamerà davanti al
mondo una sapienza misteriosa ma capace di contrastare efficacemente gli
avversari. Accanto alla persecuzione da parte degli avversari ci sarà anche il
tradimento da parte di amici e parenti; addirittura “Sarete odiati da tutti per
causa del mio nome” (v. 17). E tuttavia anche in questa situazione il discepolo
deve mantenere la fiducia.
vv. 14-15: Mettetevi dunque
in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza,
cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Il
termine greco «pro-meletao» (premeditare) è usato anche col significato di fare
esercizi ginnici o far la prova di una danza; i cristiani non dovranno
comportarsi come attori di teatro.
In
che cosa consisterà questa sapienza? È la sapienza che manifestò Gesù, fin da
fanciullo, nel tempio tra i dottori (Lc 2,42ss). È Gesù stesso che “cresceva in
età, sapienza e grazia” (Lc 2,52)
; e ancora: “la grazia di Dio era sopra di
lui” (Lc 2, 40).
Nel
linguaggio dell’evangelista l’“essere sopra” ad una persona eletta da Dio a una
missione è attribuito allo Spirito Santo, come nel caso di Maria e di Simeone.
La grazia che, sempre secondo Luca, era “su Gesù”, e nella quale “cresceva”, indica
la misteriosa presenza e azione dello Spirito Santo, nel quale, secondo
l’annuncio del Battista riportato dai quattro Vangeli, Gesù avrebbe battezzato.
Ciò
che il Signore ci darà è per manifestare la falsità del mondo e delle sue
promesse, e rivelare l’amore di Dio presente in mezzo alla storia come segno di
speranza per l’uomo.
Giunge
il momento di riporre la fiducia totale in Dio, solo Dio basta. Gesù sta con
chi resiste, offre un linguaggio a cui nessun nemico resisterà. Una resistenza
che sia solidaria nella comunità di quanti hanno fede, cioè la nuova famiglia
di Gesù, giacché i cristiani corrono il pericolo di essere traditi dai propri
familiari.
Gesù
si esprimerà per mezzo loro ed essi, pur non essendo colti, difenderanno il suo
interesse nel modo giusto, al punto che gli avversari non potranno resistere.
In
ogni caso Gesù non promette in linea di principio che salverà i discepoli dagli
avversari e del resto essi non si sono mai aspettati da lui un patto del
genere. Tuttavia Dio continuerà a tenere la sua mano sui discepoli di Gesù per
cui succederà a loro solo ciò che egli ha stabilito per la loro salvezza.
vv. 16-18: Sarete traditi
perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno
alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un
capello del vostro capo andrà perduto.
Luca
usa ancora un linguaggio particolare e guarda la divisione nelle famiglie come
tribolazione escatologica, enumerando in ordine decrescente i legami affettivi (cfr.
Lc 12,51ss; 14,25ss).
Seguire
Cristo non è una cosa semplice per nessuno. Comporta una certa radicalità nel
superamento delle relazioni di sangue, quelle che affettivamente credevamo più
sicure. Seguire Cristo è una testimonianza piena e coraggiosa: significa
rischiare di rimanere soli, come Gesù nella sua passione, anzi è un rivivere
quei momenti dolorosi insieme a Lui.
Il
dolore qui viene letto anche con la parola odio. Ma Gesù rassicura: «Nemmeno un
capello del vostro capo perirà». Riprendendo Lc 12,7 ricorda la protezione
divina assicurata nei momenti della prova.
Cosa
significano queste parole? Gesù non dice altro che, pur avendo delle vere
sofferenze, delle reali difficoltà a causa delle persecuzioni, dobbiamo
sentirci interamente nelle mani di Dio che ci è Padre, conosce tutto di noi e
non ci abbandona mai. Anzi, «beati voi quando vi insulteranno, vi
perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia. Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12).
v. 19: Con la vostra
perseveranza salverete la vostra vita.
Questa
«perseveranza» (gr. hypomonḗ) manifesta la lunga pazienza dell’azione di
Dio nella vita degli uomini, espressa dalla parabola della semente (cfr. 8,15).
Frutto della fede, essa è il segno dell’assimilazione del destino del credente
a quello di Gesù (Rm 2,7; 5,3f; 8,25; 2 Cor 12,12; 2 Ts 3,5; Gc 1,3f; 5,11; Ap
2,2; 13,10).
“Perseveranza”
è la parola chiave per la salvezza, è la condizione a cui dobbiamo tendere.
Questa parola tradotta dal greco è ricca di contenuto: include pazienza,
costanza, resistenza, fiducia.
La
perseveranza è la vera virtù cristiana (cfr. Lc 8,15). In merito a questa
virtù, i discepoli resteranno in saldo possesso della loro anima, ossia della
salvezza finale.
La
perseveranza (cfr. anche At 11,23; 13,43; 14,22) è necessaria e indispensabile
quando si soffre, quando si è tentati, quando si è portati allo scoraggiamento,
quando si è allettati dalle seduzioni del mondo, quando si è perseguitati: è
indispensabile per produrre frutto (8,15). È un continuo “rimanere”
in Cristo di cui parla tanto l’evangelista Giovanni, vivendo una spiritualità
del quotidiano
«Con
la vostra perseveranza possiederete le vostre vite». La vita si salva non nel
disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della
terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni
dei falsi profeti. Ed è importante questo, perché Gesù nel vangelo sembra
riconoscere alla perseveranza che noi avremo vissuto, non una salvezza avuta
come pacco regalo, ma una salvezza di cui lui ci rende partecipi, protagonisti.
La
Parola illumina la vita
Quale è il mio “Tempio di Gerusalemme” per
il quale ho tanta ammirazione?
Nei momenti della prova tengo fissa la speranza
nell’adempimento del Regno?
Quali sentimenti prevalgono in me: angoscia, spavento,
sicurezza, fiducia, speranza, dubbio…?
Leggo la storia della mia vita come un rilanciare la
mia fede in Dio mio Salvatore?  
Sono convinto/a che la mia quotidianità non è mai
sprecata se la vivo in letizia come un servizio a Lui e agli altri?
Noi cristiani, popoli occidentali, popoli del
benessere, ci impegniamo a fare giustizia, siamo disposti a farci giudicare con
rettitudine?
Pregare
Acclamate il Signore, abitanti di tutta
la terra,
date in canti di gioia e di lode,
salmeggiate al Signore con la cetra,
con la cetra e la voce del canto.
Con trombe e al suono del corno
acclamate il re, il Signore.
Risuoni il mare e quanto contiene,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani, esultino
insieme i monti
davanti al Signore.
Poich’egli viene a governare la terra;
egli governerà il mondo con giustizia,
e i popoli con rettitudine. (Sal 97).
Contemplare-agire
In ogni nostra
prova, chiediamo al Signore forza e sapienza secondo la sua Parola per
continuare ad essere suoi testimoni.


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