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LECTIO: V DOMENICA DI QUARESIMA (Anno A)

 Lectio Divina su Gv 11,1-45

Invocare
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso,  perché possiamo vivere e agire sempre in
quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.
Egli è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i
secoli dei secoli. Amen.
Leggere
1 Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. 2 Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e
gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le
sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
4 All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è
per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». 5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6 Quando sentì che
era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi disse ai
discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8 I discepoli gli dissero: «Rabbì,
poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9 Gesù rispose:
«Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se cammina di notte,
inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Disse queste cose e poi soggiunse
loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
12 Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà».
13 Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse
del riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto
15 e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma
andiamo da lui!». 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli:
«Andiamo anche noi a morire con lui!».
17 Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel
sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19 e molti
Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20 Marta
dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta
in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello
non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio
te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24 Gli rispose
Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25 Gesù le
disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore,
vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio,
colui che viene nel mondo». 28 Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua
sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29 Udito
questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel
villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31
Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi
in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al
sepolcro.  32 Quando Maria giunse dove si
trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu
fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora, quando la
vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse
profondamente e, molto turbato, 34 domandò: «Dove lo avete posto?». Gli
dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero
allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Lui,
che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non
morisse?». 38 Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al
sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39 Disse Gesù:
«Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda
già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto
che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù
allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.
42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta
attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò a gran
voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, i piedi e le mani legati con
bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e
lasciàtelo andare». 45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista
di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Silenzio meditativo ripetendo
mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato
Capire
Il Vangelo di Giovanni, subito dopo il prologo, si apre con il “libro
dei segni” (1,19-12,50) dove Dio si rivela al mondo attraverso l’attività
pubblica di Gesù. Il libro dei segni è strutturato in cinque blocchi (1,19-51;
2,1-4,54; 5,1-10,42; 11,1-12,36; 12,37-50).
Il brano di questa domenica è racchiuso nella IV sezione e chiude la prima
parte del Vangelo di Giovanni e, in qualche modo, la rivelazione pubblica di
Gesù. Il cammino è circondato dal dramma della luce accolta o rifiutata. C’è da
prendere nuovamente posizione davanti al dramma della morte e della vita.
L’opposizione dei giudei, nel frattempo, si fa violenta e avrà la sua conclusione
con un verdetto finale: la morte di Gesù (cfr. 11,45-47). Quest’ultima sezione,
nell’insieme del IV Vangelo, trova il motivo di fondo nell’introdurre il
discepolo all’ “ora” della morte e della gloria di Gesù attraverso il
dono della vita. Questo è quanto troviamo nella pericope “dedicata”
alla risurrezione di Lazzaro: Gesù che dona la vita all’uomo col risuscitarlo
dai morti. Per Giovanni questo è il segno per eccellenza che riassume tutta
l’opera di Gesù.
L’episodio è strutturato in due parti: 1) il dramma della morte e della
vita (vv. 1-44); 2) il Sinedrio decide la sorte di Gesù condannandolo a morte
(vv. 45-48).
La Liturgia chiude il brano sulla reazione di chi crede (v. 45), quasi a
testimonianza per noi, oggi.
Meditare
vv. 1-3: Un certo Lazzaro di Betània,
il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.
Questi versetti raccolgono una ambientazione introduttiva. Siamo a 3 km da
Gerusalemme, Betania, la casa dell’afflizione o dei poveri. L’attenzione è
presso una famiglia dove abitano tre fratelli: Marta, Maria e Lazzaro. Quest’ultimo
è malato. Il suo nome significa “Dio aiuta” ed è l’unico malato nel Vangelo di
Giovanni che porta il nome. Betania è un villaggio. L
espressione
“il villaggio” significa resistenza alla novità di Gesù. Il villaggio è il
luogo condizionato dalla mentalità della città, è il luogo della tradizione, il
luogo attaccato alla tradizione e resistente alla novità portata da Gesù. In
questo villaggio Gesù non entra perché è il luogo della morte.
Lazzaro ha due sorelle: Maria e Marta. La prima sembra occupare un posto
particolare nel Vangelo.
Tre persone, figura di una comunità che sperimenta i limiti e la malattia.
Maria era quella che cosparse di
profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello
Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui
che tu ami è malato».
Qui levangelista
anticipa quello che ci sarà nel capitolo successivo. L
evangelista
anticipa la resurrezione di Gesù, perché Gesù dirà” conservate questo profumo
per il momento della mia morte” (12,7). Purtroppo non lo faranno ne
dovranno comprare altro; ma quello che non hanno compreso è
che la
vita di Gesù è capace di superare la morte.
Giovanni identifica questi personaggi con l’appellativo “amati da
Gesù”. L’amato o il prediletto indica il discepolo, ma non “il cocco di
Gesù” perché l’amore di Gesù è uguale per tutti. L
evangelista
vuol mostrare in Lazzaro quali sono gli effetti dell
adesione
a Gesù.
Però l’episodio non volge sulla caratteristica dei personaggi o sul
significato dei loro nomi, ma sulla malattia di Lazzaro. Al di la di questo
fatto, come a Cana (2,3), Gesù non si lascia commuovere: l’opera di Dio ha la
sua “ora”.
vv. 4-6: All’udire questo, Gesù
disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio,
affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava
Marta e sua sorella e Lazzaro.
È la stessa affermazione pronunciata per la malattia del cieco: quando gli
chiesero se avesse peccato lui o i suoi genitori Gesù rispose: Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma
è così perché si riveli la gloria di Dio
(Gv 9,3). Ciò significa che i
miracoli di Gesù non sono solo gesti di carità ma segni per la fede e rivelano
un Dio amore. Lazzaro, non dimentichiamolo, è un discepolo e come per ogni
discepolo, la malattia non lo condurrà alla morte, perché l
incontro
con Gesù cambia la situazione e l
identità della persona,
gli comunica e gli trasmette una vita nuova, risorta.
L’evangelista sottolinea che questa malattia non
condurrà alla morte. Infatti, c’è una malattia che conduce alla morte: il
peccato.
Quindi la malattia di Lazzaro è destinata ad essere luogo di manifestazione
della sovranità di Dio sulla morte.
Quando sentì che era malato, rimase per
due giorni nel luogo dove si trovava.
I versetti chiudono con una indicazione cronologica che non vogliono essere
una spiegazione o risposta sull’agire di Gesù, ma in qualche modo vogliono
indicare che il suo andare a Betania coinciderà con il suo andare verso la
croce, verso la gloria (cfr. 7,6-8). Coincideranno con il suo terzo giorno.
vv. 7-10: Poi disse ai discepoli:
«Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i
Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Da questo momento inizia un dialogo tra Gesù e i discepoli. Per aria gira
un certo sbalordimento. I discepoli non riescono a comprendere le parole di
Gesù. Gesù da quel luogo era scappato perché aveva dichiarato:” Io sono il
pastore”, dichiarando illegittimi e illegali tutti gli altri pastori. E non
solo. Sono anche assassini del loro gregge perché lo uccidono per il proprio
interesse. I sommi sacerdoti hanno tentato di ammazzarlo, ecco la paura dei
discepoli. Ora, tornare in Galilea significa andare nella “tana del lupo”. I
capi infatti per ben due volte avevano minacciato di lapidarlo (cfr. 8,59;
10,31 e 39).
Gesù però torna perché è meglio “dare la vita per i propri amici” (13,15), fino
a dare la propria vita di Figlio di Dio e sarà questa la vita eterna nostra:
sperimentare che Dio ci ama così.
Gesù rispose: «Non sono forse dodici
le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce
di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in
lui».
Del pensare dei discepoli Gesù cambia visuale e utilizza l’immagine della
dodicesima ora, presa dal mondo giudaico che misurava il tempo in dodici ore.
In esso troviamo il tema della luce e delle tenebre (cfr. 9,4) o della vita e
della morte: “Solo ancora per un po’ di
tempo la luce è in mezzo a voi. Camminate finché avete luce, affinché non vi
sorprendano le tenebre. Chi cammina nella tenebra non a dove va. Finché avete
luce credete nella luce”
(12,35-36).
Gesù è venuto per completare la sua dodicesima ora. Ciò significa che la
giornata di Gesù fra la gente, sarà fino all’ultimo istante della sua vita
secondo il disegno del Padre. Poi sarà la notte… ma Gesù, luce del mondo, è
Colui che nessuna tenebra può sconfiggere (1,5), perché “Colui che ama il
suo fratello, dimora nella luce e non inciampa nel suo cammino” (1Gv
2,10).
Qui l’invito a camminare nella luce, a seguirlo se no rischiano di
inciampare. Camminare nella luce significa farsi irrorare da quella luce che
scaturisce dalla Croce per capire il grande amore di Dio per loro, per tutti.
vv. 11-12: Disse queste cose e poi
soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a
svegliarlo».
In questo gruppo di versetti si riprende il discorso sulla morte dell’amico
Lazzaro, riconosciuto da Gesù come “l’amico che dorme” e che deve
essere ridestato dalla morte (Mc 5,39). Spesso morte e sonno vengono associati,
soprattutto nel Nuovo Testamento. La morte non è la fine di tutto ma solo un
momento passeggero, come il sonno.
Una connotazione da non sottovalutare. Nei versetti precedenti, Lazzaro
viene presentato come l’amico di Gesù. Adesso Gesù stesso dice “il nostro amico”.
L
amicizia
è una relazione normale fra i componenti della comunità e t
ra questi
e Gesù. Inoltre, prima Lazzaro veniva descritto malato, infermo. Adesso
dormiente.
Qui Gesù sdrammatizza la morte perché non è la parola definitiva, la chiama
“sonno” e il sonno è il riposo dalla fatica del giorno per il risveglio
all’alba nuova.
vv. 12-13: Gli dissero allora i
discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Qui viene utilizzato un verbo a doppio senso (sôzō) che viene tradotto con “si salverà”. Il verbo vuol
significare liberare da una angustia sia fisica che spirituale. L’evangelista
lo usa volutamente per indicare il risveglio della vita con la risurrezione. I
discepoli però non capiscono e pensano che il suo dormire dipenda dalla
malattia. Il loro equivocare riguarda il non comprendere il senso della vita e
della morte. Ambedue sono comunione con il Signore della vita.
Gesù tralascia il dare ulteriori spiegazioni in merito sul sonno-morte
poiché saranno i discepoli stessi testimoni dell’evidenza.
vv. 14-16: Allora Gesù disse loro
apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato
là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato
Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Gesù irrompe nell’equivoco dicendo che Lazzaro è morto, così come muoiono
tutti. Però il versetto vede un Gesù tra la compunzione e la gioia. La gioia
indicata nasce dal fatto che Gesù compiendo il segno più grande, ridare la vita
a un morte, potrà consolidare la fede dei discepoli. Egli riconosce l’imminenza
della sua morte, comprende che è giunta la sua ora (al contrario cfr. 2,24;
7,30; 8,20).
Gesù qui si mostra come Colui che è in grado di liberare l’uomo dalla morte
e di far nascere nel cuore dei discepoli la fede come risposta radicale alla
salvezza offerta da Dio.
L’atteggiamento di Tommaso è evidenziato dall’evangelista. Nel versetto
aggiunge un aggettivo: “didimo”, che significa “gemello”. Gemello di chi? Dalla
inconscia prontezza vorrebbe assomigliare a Gesù nel seguirlo fino alla morte.
Ma di quale morte vuol morire Tommaso e la comunità?
Forse, Tommaso non ha compreso che non si tratta di morire con lui, ma di
dare la vita come lui.

vv. 17-24: Quando Gesù arrivò, trovò
Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da
Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria
a consolarle per il fratello.
Gesù arriva a Betania. Lazzaro è già nella tomba da quattro giorni. I
versetti raccolgono una fede imperfetta. L’ambiente è quello delle tradizioni
funeree (cfr. 2Sam 10,2) che duravano sette giorni (Sir 22,11). A quei tempi si
pensava che lo spirito del defunto vagasse per tre giorni attorno al corpo del
defunto e lasciava il corpo al quarto giorno, quando iniziava la corruzione (cfr.
v. 39). Inoltre, era abitudine seppellire lo stesso giorno della morte.
Il numero quattro è simbolico. Esso indica l’universo, il mondo, poiché
quattro sono gli angoli della terra, quattro i venti principali, quattro i
punti cardinali. Qui vuol indicare che tutto va a finire nel sepolcro. In greco
sepolcro si dice “mnemeîon” che
possiamo tradurre con “memoriale”,
difatti il sepolcro è la “memoria fondamentale dell’uomo”. Tra l’altro
“memoria”, “morte” hanno la stessa radice, noi siamo “memoria di morte” perché
sappiamo che la nostra parte, la nostra sorte è quella lì, veniamo dalla terra,
torniamo alla terra e per di più ne abbiamo la coscienza ed è questa coscienza
che ci fa umani.
Il ricordo di Betania, che dista da Gerusalemme, non è altro che ricordare
che proprio in quel luogo Gesù morirà e risorgerà.
Marta dunque, come udì che veniva
Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
L’arrivo di Gesù fa assumere un atteggiamento diverso nelle due sorelle.
Marta si presenta dinamica (cfr. Lc 10,40). Maria invece mantiene la calma e si
dedica alle persone (cfr. Lc 10,39.42).
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu
fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque
cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello
risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo
giorno».
L’atto confidenziale dell’amica Marta, in attesa di un miracolo, mostra la
sua fede imperfetta perché legata alla presenza fisica di Gesù. Gesù, invece,
vuole condurla a una fede matura.
Marta è condizionata da una fede legata al passato, non coglie in Gesù il
Messia che è venuto per sconfiggere la morte, per donare alle persone una vita
di una qualità tale che è capace di sconfiggere insieme al Risorto la morte.
Marta non ha ancora compreso che Dio e Gesù sono un’unica cosa. Marta pensa
che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta di Dio, il più eccellente,
straordinario e lo mette alla pari di un mediatore tra Dio e l
uomo.
Il dialogo tra i due è sulla risurrezione di cui Marta ne è certa ma in un
futuro lontano. Lei crede che la risurrezione sia alla fine dei tempi e quindi
questo non porta consolazione o conforto a chi piange la persona amata. Per
questo Gesù cambia radicalmente il concetto della vita, il concetto della morte
e il concetto della risurrezione.
L’atteggiamento di Marta si basa su un livello terreno e non di una fede
piena, matura. Se Maria, la madre di Gesù, a Cana disse ai servi fate tutto
quello che vi dirà (2,5), qui è la dimostrazione che non è sempre facile
rimettere tutto nelle mani di Cristo.
vv. 25-27: Gesù le disse: «Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e
crede in me, non morirà in eterno».
Alla paura della morte, alla paura della vita, alla paura del cielo e della
terra, alla paura dell’altro questa è la risposta di Gesù. Essa è un invito a
fare il passaggio da una fede imperfetta a una fede adulta, piena. Anche al
Calvario succederà la stessa cosa. Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al
malfattore crocifisso alla sua destra: “In verità io ti dico: oggi con me sarai
nel paradiso” (Lc 23,43).
“Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo
«da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto,
ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce,
immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche
a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della
morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si
può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche
attraverso l’oscurità” (Benedetto XVI).
Gesù dice “Io sono”. È il nome di Dio pronunciato al presente e non al
futuro. Gesù è la fonte della risurrezione (6,39.40.44.54) e della vita
(5,11.25) presenta la risurrezione come una realtà attuale e non futura (5,25).
Insieme a questa realtà vi è anche una dichiarazione importante sulla vita e
sulla morte: “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”.
Per coloro che accolgono il dono nella fede esso diventa operante fin da
ora. Nell’affermazione di Gesù non abbiamo solo la morte fisica ma anche la morte
spirituale. Gesù non resuscita i morti, ma è venuto a comunicare ai vivi una
vita nuova: partecipare alla vita del Risorto (cfr. Col 2,12).
Questo vuol indicare che chi crede in Lui è libero dalla morte. San Paolo
direbbe: “per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).
Credi questo?
Ecco la domanda che capovolge la situazione. Che mette a nudo la realtà
della vera fede. Infatti, la parola «credere», è un fatto molto importante: non
implica solo accettare le verità annunciate da Gesù, ma aderirvi con tutto
l’essere e ciò significa vivere “in Lui”. Gesù lo ha confermato: “se uno
osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (8,51). Gesù non ci chiede di
«comprendere», ma di «credere»! Non si può non essere felice: in ogni credente
c’è la Vita.
Queste le parole in cui credere: che Lui è risurrezione e vita, vivere in
comunione con Lui è già vivere ora la vita eterna di Dio. È già avere lo Spirito
santo, lo Spirito promesso ai tempi del Messia, Spirito che aprirà i nostri
sepolcri, ci risusciterà e noi conosceremo chi è il Signore.
Gesù dinanzi a questo messaggio sollecita a dare una risposta.
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo
che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Marta dopo aver percorso il suo cammino verso Cristo è pronta a professare.
Ella capisce che Dio e Gesù sono la stessa cosa. Ella poggia la sua fede non
sull’uomo taumaturgo ma sulla Parola di Colui riconosciuto come Messia, Figlio
di Dio, Colui che deve venire nel mondo. Tre titoli attribuiti a Gesù.
Professare la fede in Cristo significa risorgere, significa far risorgere
quel morto che è dentro di noi. Marta, risorge prima di Lazzaro perché lo
Spirito di Dio ha aperto il suo sepolcro imbiancato (cfr. Ez 37,13-14). Ora
vive dell’amore eterno, vive di Dio.
vv. 28-32: Dette queste parole, andò
a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti
chiama».
Cambia il personaggio. Inizia il dialogo di Gesù con Maria. Abbiamo già
visto che Marta si presenta come la donna agitata, mentre Maria come colei che
è capace di attendere. Però tutte e due sono chiamate a professare la stessa
fede nella risurrezione. È l’iniziativa di Dio alla risposta di fede. Maria è
pronta all’incontro con slancio d’amore e di speranza.
Udito questo, ella si alzò subito e
andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove
Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando
che andasse a piangere al sepolcro.
Anche Maria è risorta. Il versetto dice che “ella si alzò”. Sia il testo
greco che il testo latino (vulgata) usano il verbo della risurrezione. La gioia
della risurrezione spinge il cuore in fretta per unirsi al cuore del Risorto.
L’incontro non è nel villaggio. Ricordiamo che il villaggio è legato alla
morte e Gesù è la risurrezione e la vita. Per incontrarlo, bisogna andare fuori
da ciò che è la tradizione. I Giudei presenti sono il pensiero di questa
tradizione.
Quando Maria giunse dove si trovava
Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi
stato qui, mio fratello non sarebbe morto! ».
Maria giunse nel luogo dove Gesù si trovava. Questo luogo è un luogo
teologico in quanto Gesù è l
unico santuario, il nuovo tempio, dal quale si irradia
la vita e la gloria di Dio.
L’atteggiamento di Maria è diverso da quello di Marta: nel suo dolore si
affida al Signore. Maria come il cieco illuminato, come Giàiro (Mc 5,22), il samaritano
lebbroso (Lc 17,16), cade ai piedi di Gesù per adorarlo, perché riconosce in
lui una persona divina.
Per il credente la morte non è separazione da Dio senza speranza, si fonda
sulla risurrezione di Gesù.
vv. 33-37: Gesù allora, quando la
vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse
profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero:
«Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei:
«Guarda come lo amava!».
Il pianto di Maria è pianto di dolore aperto alla speranza. Maria è
circondata anche dal dolore degli astanti. Gesù di fronte a questi
atteggiamenti “freme nell’intimo e si turbò” (così dice il testo greco). Non si
sa di preciso di quest’atteggiamento di Gesù, però quando i poveri piangono
anche Gesù si emoziona, piange.
Qui troviamo la natura umana e divina di Gesù, l’amore tra Gesù e i membri
della comunità. Nella natura umana troviamo un Gesù che si arrabbia, sbuffa.
Nella natura divina troviamo un Gesù che interviene e il suo intervento sarà la
Croce perché sente compassione, patisce il nostro male, più che se fosse suo
perché ci ama.
Gesù chiede il luogo della sepoltura. Gesù domanda “dove”. Già altre volte
abbiamo visto a cosa rimanda questa espressione. Tutta la Bibbia è un correre
di Dio alla ricerca dell’uomo e lo trova. Purtroppo nel suo sepolcro.
Il Vangelo presenta per la prima volta Gesù dinanzi alla cruda realtà della
morte dove provò quel nodo alla gola. Il suo pianto serve ad irrorare l’Adamo,
il terroso, perché sia sempre fecondo.
Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che
ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Non mancano qui le chiacchiere di coloro che non credono e dubitano.
Inconsciamente viene espressa una verità: Gesù è la luce per gli occhi spenti
del cieco nato ed è la vita per chi è morto come Lazzaro.
In questo versetto vi è una domanda che somiglia alle domanda odierne: Gesù
cosa fa? Freme, si turba, versa
lacrime. Cioè condivide totalmente la nostra sorte. Proprio per questo,
appunto, sappiamo che nella nostra morte siamo in comunione con lui il Figlio e
in comunione con il Padre e quindi siamo liberi già ora.
vv. 38-42: Allora Gesù, ancora una
volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di
essa era posta una pietra.
Per la terza volta Gesù si commuove (“fremette”: vv. 33.35.38). Gesù si
trova a compiere un grande gesto: manifestare la gloria di Dio e sconfiggere la
morte.
Il termine grotta, letteralmente spelonca, è lo stesso che nel libro della
Genesi, si adopera per la grotta, per la caverna, dove vennero seppelliti i tre
grandi padri del popolo di Israele, Abramo, Isacco , Giacobbe e con le loro
mogli. Ciò significa che Lazzaro è stato seppellito alla maniera giudaica.
Questo significa la non comprensione della novità di Gesù e la pietra posta
sopra è segno che tutto è finito.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!».
Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è
lì da quattro giorni».
Gesù da l’ordine di togliere la pietra. C’è una pietra posta sulla nostra
stessa tomba, tra la vita e la morte. La cecità è tanta che l’osservazione
volge sullo stato di decomposizione del corpo. Marta non ha preso ancora piena
coscienza della sua fede professata in precedenza nel Maestro. Questa fede
vacilla di fronte alla realtà. La realtà sembra contraddire quello a cui si
crede. La fede deve precedere l’opera di Dio. “Se la fede non precede, la
vita buona non può seguire” (Sant’Agostino).
Le disse Gesù: «Non ti ho detto che,
se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra.
La resurrezione di Lazzaro può essere vista soltanto con gli occhi della
fede da quelli che credono, quelli che non credono non vedono niente. Ed è
importante quello che Gesù dice: “Se credi, vedrai”.
A Gesù avevano chiesto: “Quale segno tu ci fai perché vediamo e crediamo”
(6,30). Gesù, invece, inverte la formulazione, occorre credere per poter
vedere. Il segno non conduce l
uomo alla fede, è la fede che conduce al segno.
Gesù allora alzò gli occhi e disse:
«Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre
ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu
mi hai mandato».
Sgorga allora il rendimento di grazie (Sal 118,21) al Padre, che da sempre
ascolta il grido dei poveri, degli afflitti (Es 2,24; 3,7; Sal 9-10).
Gesù qui non chiede ma ringrazia. L’evangelista usa lo stesso verbo per
indicare l’eucarestia. Egli
collega strettamente leucaristia
e la resurrezione. Il dono generoso di
quello che si è e di quello che si
ha, espresso nel farsi pane per gli altri, quello che permette alle persone di
avere una vita capace oltre la morte.
Quanto avviene al sepolcro del povero aiuta a credere al dono del Padre,
che in Gesù ridona la vita a Lazzaro.
vv. 43-44: Detto questo, gridò a gran
voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con
bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo
andare».
Finisce il rendimento di grazie e inizia il comando detto a gran voce,
quasi a richiamare il fatto creativo di Gen 1, dove Dio trasse dal nulla tutte
le cose con la potenza della sua Parola, così il Figlio con la potenza della
sua Parola, chiama fuori dal sepolcro l’uomo deposto.
Gesù grida Lazzaro vieni fuori. Però l’evangelista non dice che Lazzaro
uscì, ma che il morto uscì. Lazzaro è risorto, è nell’amore di Dio.
Un altro particolare dell’evangelista è che descrive il morto con i piedi e
le mani legati con bende e il viso avvolto da un sudario. Una descrizione non
usuale tra i giudei. Questo perché Lazzaro è legato come un prigioniero,
prigioniero della morte. Nel Libro dei Salmi la morte è descritta come una
prigionia. Per esempio dice: “mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci
dello sheol, mi avvolgevano i lacci della morte” (Sal 116,3). La morte veniva
considerata essere legati mani e piedi.
Per il sudario il riferimento è al profeta Isaia quando afferma: “il
Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia, cioè il
sudario, di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio, asciugherà
le lacrime di ogni volto” (Is 25,7-8).
Colui che esce, quindi non è Lazzaro. Lazzaro sta già nella gloria del
Padre. Anzi con quel lasciatelo andare vuol indicare proprio questo cammino
verso la gloria del Padre.
I Discepoli, noi, la comunità abbiamo bisogno di cambiare mentalità e
liberarci di un Lazzaro morto e legato con le funi della morte. Gesù è
vincitore della morte che libera l’uomo dalla schiavitù della morte
simboleggiata dalle bende (cfr. Mt 16,19). Anche Lui attraverserà tutto questo,
ma sarà diversamente: la pietra è tolta, le bende per terra e il sudario
piegato e messo in un angolo a parte (20,7) e la presenza di Dio attraverso due
angeli (20,12).
v. 45: Molti dei Giudei che erano
venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
La pericope si conclude con una serie di versetti (45-48) che riguardano la
congiura dei capi contro Gesù, di cui la liturgia odierna propone solo il
primo, dove si osserva che molti dei giudei, credettero in lui.
Il segno sembra raggiungere il suo scopo, ma in realtà l’evangelista subito
dopo (vv. 46-48) annota una scissione: altri restarono chiusi alla rivelazione
di Gesù e si recarono dai farisei, i quali, convocato il sinedrio, decretarono
la morte di Gesù (v. 53).
Nella Bibbia troviamo sempre delle chiusure in riferimento all’atto di
fede. C’è una moltitudine di gente che esce dalla città fortificata, da un
cuore indurito, che esce simbolicamente dalle sicurezze della propria vita.
Affrontano, non solo fisicamente, un cammino che evidentemente non è solamente
spaziale.
Per comprendere, per capire una realtà è necessario distaccarsene,
allontanarsi dal luogo di tensione, togliere la crosta che abbiamo addosso per ritornare
alle origini, al progetto di Dio.  
La Parola illumina la vita
Quale provocazione raccolgo per la mia adesione di fede dal vangelo di
questa V domenica?
Anche io sono come i discepoli: trattengo Gesù e l’opera di Dio o come
Maria mi affido?
A quale vita aspiro: quella piena proposta da Gesù, nella prospettiva del
dono di sé e della resurrezione, o quella che si identifica con la semplice
ricerca del benessere e della longevità?
Come rispondo al comando di Gesù: rimango chiuso/a con una pietra posta a
ridosso oppure credo?
Dove posso incontrare oggi Gesù, che viene ancora nella nostra vita?
So vedere i segni che anche oggi si compiono nella mia storia personale e
in quella collettiva? in particolare come reagisco alla manifestazione della
morte?
Pregare Rispondi a Dio con le Sue stesse Parole…
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe. (Sal 129)
Contemplare-agire
Non attaccatevi ai mezzi che conducono a Dio ma soltanto a Dio e alla sua
divina volontà del momento (San Pier Giuliano Eymard).

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