Vai al contenuto

LECTIO: XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Lectio
divina su Mc 9,38-43.45.47-48

 
Invocare
O Dio, tu non privasti mai il
tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele,
perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano
annunziate le meraviglie del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
38Giovanni gli disse: «Maestro,
abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo,
perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite,
perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa
parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi.
41Chiunque infatti vi darà da
bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi
dico, non perderà la sua ricompensa.
42Chi scandalizzerà uno solo di
questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al
collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano
ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una
mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco
inestinguibile.
45E se il tuo piede ti è motivo
di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo,
anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna.
47E se il tuo occhio ti è motivo
di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un
occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48dove
il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi
metta delle salde radici.
 
Dentro
il Testo

Continuiamo il nostro cammino
verso Gerusalemme. La Parola che fino ad oggi abbiamo ascoltato, ci ha dimostrato
come siamo sordi agli insegnamenti del Signore in quanto egoisti.
Continuando il percorso
evangelico, questa domenica troviamo un brano denominato “piccolo
catechismo della comunità” che fa’ parte del resoconto di tradizioni
orali, di predicazioni. Infatti, in esso abbiamo una raccolta di insegnamenti
di Gesù, di diversa natura sulla vita comunitaria legati da alcune espressioni
ricorrenti: “nel tuo/mio nome”, “scandalizzare”, “fuoco e sale”.
Continuano le tensioni tra Gesù
e i discepoli, nell’insieme sembra raccogliere un aspetto particolare della
nostra vita: imprigionare nel nostro io l’azione dello Spirito, che soffia
sempre dove e come vuole.
L’invito è chiaro: vigilare
sulle nostre azioni per capire se provengono da Dio.
 
Riflettere
sulla Parola
(Meditare)
v. 38: Giovanni gli disse:
«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo
impedirglielo, perché non ci seguiva».
Giovanni prende la parola,
parla. Parla anche a nome degli altri (“abbiamo visto”). Qualcosa si va sbloccando.
Egli poco prima era stato testimone con Pietro e Giacomo della trasfigurazione,
era stato testimone anche della risurrezione della figlia di Giairo. Ed è lui
che si rivolge a Gesù dicendo quello che hanno visto e quello che hanno fatto.
Quanto Giovanni fa notare, è un’azione
del tutto normale da parte di taumaturghi che invocano il nome di qualcuno
(quello più invocato era quello del re Salomone) che fosse ritenuto abbastanza
potente da compiere il miracolo.
Ma anche i discepoli di Gesù,
un giorno, faranno la stessa cosa: come è narrato negli Atti degli Apostoli,
compiranno miracoli nel suo nome.
Il gruppo dei discepoli si
sente un ceto privilegiato del Vangelo, come chi ha l’esclusiva in campo, e
fino al primo periodo della Chiesa fu così, ma non è questo il principio. Qui
sembra che abbiano quella pretesa di essere seguiti, eppure il profeta dice:
«maledetto l’uomo che segue l’uomo» (Ger 17,5).
Sì, abbiamo bisogno di
connotarci, di distinguerci, farci riconoscere, orgogliosi di appartenere a
Cristo ma senza distinzioni senza ripetere ancora oggi: “io sono di Paolo, io
invece sono di Apollo, io invece di Cefa, e io di Cristo” (1Cor 1,12).
Le patologie ecclesiali che ci
avvelenano e che avvelenano tutta la Chiesa non sono ben accolte da Gesù.
Nessuno può arrogarsi di essere perfetto o di vivere in un gruppo perfetto. Non
fa parte del comportamento di Gesù! Tutti rischiamo quella tentazione: pensare
di diventare il riferimento, invece di essere il collegamento con il Signore.
Ancora una volta il Signore ripete: “Vai dietro a me Satana!” (Mc 8,33).
vv. 39-40: Ma Gesù disse: «Non
glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e
subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Qui abbiamo l’indicazione pratica,
il principio: avere una mentalità ecumenica, aperta. Non si può impedire di
fare il bene. Per questo Gesù ridimensiona le pretese. Compiere i miracoli nel
nome di Gesù è già aver riconosciuto la sua autorità, è già essere stati
visitati dallo Spirito Santo. San Paolo dirà: “Nessuno può dire Gesù è il
Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).
Chi compie miracoli nel suo
Nome, non può profanare questo medesimo Nome. E così, chi non si pone contro i
discepoli, lavora comunque a loro favore, per il medesimo Regno dei cieli. Gesù
invita i suoi a non rinchiudersi in una mentalità chiusa e settaria. Un gruppo
cristiano non deve ostacolare l’attività missionaria di altri gruppi. Non ci
sono cristiani più «grandi» degli altri, ma si è «grandi» nell’essere e
diventare cristiani. Purtroppo viviamo ancor oggi la malattia
dell’esclusivismo. San Paolo ci ricorda: “Tutto è vostro, ma voi siete di
Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23).
In queste parole stanno il
nulla di Cristo che ogni cristiano deve assumere per essere sale, diversamente
saremo solo buoni ad essere gettati e calpestati (cfr. Mt 5,13).
Il v. 40 contiene l’invito di
Gesù al cambiamento dello sguardo, che poi è un cambiamento del cuore: “Chi non è contro di noi, è per noi”.
Poter guardare all’altro come ad un amico e non come ad un rivale o come una
minaccia per noi, cosa che spesso accade tutt’oggi.
v. 41: Chiunque infatti vi darà
da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io
vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Se i discepoli restringevano il
campo sulla cerchia dei discepoli, Gesù suggerisce un atteggiamento più aperto
e accogliente verso tutti coloro che non si presentino apertamente come nemici.
E dicendo “chiunque”, vuol dire anche quella persona che non ci aspettiamo. Tutti
lavorano per il Regno di Dio anche chi presta soccorso ai discepoli di Gesù.
Chi accoglierà nel nome di Gesù
riceverà la sua ricompensa. Il termine ricompensa è l’equivalente del salario
di cui si parla nella parabola degli operai chiamati alle diverse ore del
giorno (Mt 20,1-16) ma la vera ricompensa è la vita eterna.
Anche in questo versetto
ritorna il nome di Gesù. L’evangelista sembra ricordarci che la cosa
fondamentale è riconoscere il nome di Gesù, la sua autorità, l’entrare in
comunione con Lui.
v.42: Chi scandalizzerà uno
solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga
messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
Procede l’insegnamento divino,
sul medesimo argomento, la catechesi sullo “scandalo dei piccoli”.
Nei loro confronti i discepoli devono stare bene attenti a non scandalizzarli.
Questa grave violenza spirituale contro i poveri e gli umili che credono nel
Signore è punita con severità (cfr. Zc 13,7).
Lo scandalo nelle Scritture ha
un significato specifico: significa laccio, ostacolo, inciampo, causa
di caduta
. Lo scandalo è ciò che provoca la caduta, in particolare la
caduta della fede e la morte in se stessi.
Nel linguaggio di Gesù indica
qualcosa che porta al peccato ed alla Geenna. Scandalo significa “ostacolo che
sbarra l’accesso” e, nel linguaggio di Gesù, indica tutto ciò che ostacola la
venuta alla fede e l’entrata nel Regno di Dio.
Per chi scandalizza il più
piccolo (mikroí), cioè tutti quelli che rispetto al discepolo sono meno
muniti, più esposti e deboli, il giudizio di Gesù è tremendo. Il paragone è
preso da un’usanza romana (oggi è in uso dalla malavita): una pietra
pesantissima al collo e fatti annegare nel mare. Per i Giudei era una
esecuzione infamante perché non si poteva dare sepoltura al cadavere e se non
era sepolto, dicevano i rabbini, al momento della risurrezione non potevano
entrare nella vita eterna.
vv. 43.45.47: Se la tua mano ti
è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano
sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile.
E se il tuo piede ti è motivo
di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo,
anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna.
E se il tuo occhio ti è motivo
di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un
occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna.
Se prima abbiamo visto lo
scandalo verso i piccoli, adesso vediamo lo scandalo verso noi stessi. Tre sono
i versetti, non continuativi, che continuano il discorso sul cattivo servizio,
sullo scandalo che viene da dentro il cuore dell’uomo.
Per descrivere le nostre
azioni, Gesù usa gli organi del corpo umano per indicare che il vero scandalo nasce
dalle nostre azioni, dai nostri desideri (cfr. Sir 6,17-18; 27,22) : anche noi
possiamo essere pietra di inciampo al nostro cammino di fede.
Anzitutto Gesù indica la mano,
cioè l’azione, l’opera disonesta, violenta; il dito puntato, arrogante, il potere.
Bisogna tagliare questa mano perché rimanga la mano di Dio, il suo amore da
ricevere e donare; poi il piede che indica la direzione, le scelte, gli
orientamenti della vita che vanno corretti. I discepoli si lamentavano perché
non venivano seguiti. Ma chi devono seguire? Dove devo andare: dietro a Gesù o
dietro ai discepoli?; in seguito l’occhio che indica la bramosia del piacere,
dell’avere, etc. L’occhio indica il nostro modo di guardare la realtà e che di
conseguenza ci fa agire (mano, piede). L’occhio, in fondo, è il cuore. Che cosa
ti sta a cuore? Come ti relazioni?
Questi organi sono l’immagine
implicita del corpo sociale, della comunità. Immagine ampiamente utilizzata da
Paolo per la sua teologia della Chiesa, corpo del Cristo (1Cor 12,12-30). Ciò
che chiede Gesù a saper decidere per la vita, a preservare il bene e a buttar
via tutto ciò che sa di morte.
Il richiamo alle mani, ai
piedi, agli occhi, delle parti di noi concrete con cui ci relazioniamo con gli
altri, con cui facciamo le cose, con cui camminiamo, è un richiamo forte e
concreto a vivere già qui questo Regno.
essere gettato nella Geènna
La Geenna è una valle a sud-est
di Gerusalemme, dove ai tempi di Cristo si bruciavano i rifiuti, oggi diremmo
un inceneritore.
In questo luogo in antichità si
praticavano dei sacrifici umani offerti al dio pagano Molok. Contro queste
pratiche abominevoli era insorto i profeti Geremia ed Isaia. Già nella
letteratura apocalittica del sec. II a.C. questa valle è presentata come luogo
della finale resa dei conti degli idolatri e degli apostati. Facile era,
quindi, considerare quel luogo impuro (sia materialmente sia religiosamente)
come la sede della condanna degli empi, l’inferno dalle fiamme inestinguibili.
Gesù usando quest’immagine non
condanna ma avverte, ammonisce perché la Geenna è la separazione dall’amore,
dalla vita.
v. 48: dove il loro verme non
muore e il fuoco non si estingue.
Questa affermazione chiude il
libro di Isaia (66,24), che contiene una profezia per l’avvenire. Isaia prevede
nuovi cieli e nuova terra, in cui tutti i popoli aderiranno al Signore,
saliranno al tempio del Signore (a Gerusalemme) e lo adoreranno. Uscendo dal
tempio vedranno coloro che si sono ribellati a Dio soffrire il supplizio
continuo del verme e del fuoco.
Il riferimento al verme
riguarda quelle larve che si sviluppano negli alimenti o nei vegetali, ma anche
nei corpi malati creando infezioni, come confessa Giobbe: «Purulenta di vermi e
di croste squamose è la mia carne» (7,5). Oppure come accadde al re Erode
Agrippa, persecutore dei primi cristiani, che similmente al nonno Erode il
Grande, morì «divorato dai vermi» (At 12,23).
Il simbolo è, dunque, evidente:
la vita del malvagio è analoga a un fuoco inestinguibile e a un verme che non
lascia scampo alla carne e va in putrefazione.
La liturgia domenicale non
riporta gli ultimi versetti (49-50) di questo capitolo 9 dove il cristiano è
chiamato a buttare la propria vita nel fuoco dello Spirito Santo che dà il sale
che è la sapienza che viene dall’Alto ed è ciò che ci permetterà di vivere in
pace con tutti. Diversamente, se il discepolo non ha questo sapore non serve a
nulla.
 
Ci
fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il
Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La
Parola illumina la vita e la interpella

Qual è il mio atteggiamento
verso coloro che, pur non essendomi ostili, non fanno parte della mia ristretta
cerchia di amici?
Godo dei doni che vedo attorno
a me? Li favorisco? Oppure sono geloso, pensando di essere uno dei pochi eletti
a cui Dio ha scelto di manifestarsi?
Come vivo la piccolezza
cristiana?
Quali sono le situazioni che
possono provocare il mio allontanamento dalla fede? Come agisco nei loro
confronti?
 
Rispondi
a Dio con le sue stesse parole
(Pregare)
La legge del Signore è
perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è
stabile,
rende saggio il semplice.
 
Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono
fedeli,
sono tutti
giusti.        
 
Anche il tuo servo ne è
illuminato,
per chi li osserva è grande il
profitto.
Le inavvertenze, chi le
discerne?
Assolvimi dai peccati nascosti.
 
Anche dall’orgoglio salva il
tuo servo
perché su di me non abbia
potere;
allora sarò irreprensibile,
sarò puro da grave peccato.
(Sal 18).
 
L’incontro
con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità
(Contemplare-agire)
Siamo invitati ad avere un
cuore libero come quello dei bambini, per vedere, intorno a noi, i tanti segni
della presenza di Dio nelle persone che, intorno a noi, pur non dicendosi
credenti, sanno rendere gloria al Signore nella giustizia e nella verità (Paolo
Curtaz).
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *